Brexit: May propone secondo referendum ma il Parlamento si oppone ancora

Pubblicato il 22 maggio 2019 alle 18:11 in Europa UK

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L’ultima mossa sulla Brexit del primo ministro britannico, Theresa May, è fallita mercoledì 22 maggio dopo che la sua offerta di voto su un secondo referendum e la proposta di accordi commerciali più ravvicinati, in cambio di un voto favorevole al suo accordo di recesso dall’UE, non sono riusciti a conquistare né i legislatori dell’opposizione né molti membri del suo stesso partito.

Quasi tre anni dopo che la Gran Bretagna ha votato per lasciare l’Unione europea, May sta cercando un’ultima volta di ottenere l’approvazione del Parlamento britannico sul suo accordo di divorzio dall’UE prima che la sua premiership finisca. Il primo ministro ha nuovamente chiesto ai parlamentari di sostenerla, offrendo la prospettiva di un eventuale secondo referendum sull’accordo e di partnership commerciali più strette con l’UE, ritenendo che siano l’unico modo per evitare un cosiddetto “no deal Brexit”.

Il contraccolpo, tuttavia, è stato feroce. Molti legislatori del suo stesso partito hanno criticato l’accordo di ritiro dall’UE proposto dalla May e si sono opposti al possibile nuovo referendum. Alcuni stanno poi spingendo per estrometterla e ci sono diverse notizie sul fatto che qualche suo ministro possa muoversi contro di lei.

L’impasse a Londra significa che non è chiaro come, quando o se la Gran Bretagna lascerà l’Unione Europea. La scadenza attuale per la fuoriuscita dall’UE è fissata al 31 ottobre.

Nonostante le critiche, May è rimasta ferma, sollecitando i legislatori a sostenere l’accordo e a lasciare in caso la possibilità di apportare modifiche, così da poter avere un maggiore controllo di tutti sulla forma finale della Brexit. “Mentre sono ancora qui, ho il dovere di essere chiara sui fatti con la Camera dei Comuni. Se approveremo la Brexit in questo Parlamento, dovremo far passare anche una legge sull’accordo di uscita”, ha affermato la premier di fronte ai membri della Camera bassa del Parlamento britannico. Tuttavia, se i legislatori di Westminster voteranno a giugno contro l’accordo di recesso per la quarta volta, le alternative saranno estreme: o un’uscita senza accordo o un annullamento della Brexit

La crisi della Gran Bretagna ha stordito alleati e nemici allo stesso modo, costringendo il governo di Londra ad affrontare una serie di opzioni. Tra queste ci sono: un’uscita con accordo, per facilitare la transizione; un’uscita senza accordo, cioè una “no deal” Brexit”; un’elezione; e infine, un secondo referendum.

“La seconda lettura dell’accordo proposta dalla May è chiaramente destinata al fallimento, quindi non c’è davvero motivo di perdere altro tempo nella desolata speranza di salvezza del primo ministro”, ha riferito all’agenzia di stampa Reuters il parlamentare conservatore Andrew Bridgen. “Se ne deve andare”, ha aggiunto.

Alla domanda sulla possibilità di dimissioni del primo ministro, il suo portavoce ha dichiarato: “Il premier è concentrato sul lavoro che deve affrontare e, da ciò che le ultime 24 ore hanno dimostrato, questo sembra notevole”. Jeremy Corbyn, leader laburista, ha detto che il suo partito non sosterrà il disegno di legge e ha definito il governo “troppo debole e troppo diviso per far sì che questo Paese esca dal caos che ha creato”.

Di fronte allo stallo politico inglese, si è dunque prospettata l’opzione di un nuovo referendum, che però non è particolarmente gradita ai conservatori. Il Consiglio Europeo ha inoltre deciso di garantire a Londra altri 6 mesi per organizzare l’uscita. Chiunque sarà il primo ministro, la Gran Bretagna avrà tempo per uscire fino al 31 ottobre. Alla scadenza, bisognerà prendere una decisione definitiva riguardo al rimanere o meno nell’Unione.

Molti hanno sostenuto che il rinvio della Brexit potesse mettere in dubbio l’intero processo di uscita. Proprio alla luce del recente impasse politico in Gran Bretagna, l’EU avrebbe preferito un rinvio a lungo termine. Si ritiene, infatti, che il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, abbia proposto un’estensione di un anno, che poteva essere ridotta, in caso il Regno Unito avesse ratificato un accordo, in tempi minori. Questa opzione, chiamata “flextension” (da un’unione delle parole inglesi estensione e flessibilità), è stata esclusa a favore di un compromesso a medio termine. La cancelliera tedesca,  Angela Merkel, ha insistito sul fatto che la Gran Bretagna non sarà cacciata fuori dall’Unione e che un’uscita senza accordo deve essere evitata, finchè possibile. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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