Iran: visita a sorpresa del ministro degli Esteri dell’Oman

Pubblicato il 21 maggio 2019 alle 17:52 in Iran Oman

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Il ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi, ha visitato a sorpresa, lunedì 20 maggio, il suo omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif, nel mezzo delle crescenti tensioni tra Teheran, Stati Uniti e Arabia Saudita. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale IRNA, il ministro omanita si è recato nella capitale della Repubblica Islamica per discutere di questioni regionali e internazionali, ma non sono ancora noti ulteriori dettagli.

L’Oman è stato a lungo mediatore nella turbolenta regione del Golfo e, in passato, ha contribuito ad alleggerire le relazioni tra Washington e Teheran, come durante le prime fasi dei colloqui che hanno portato all’accordo sul nucleare, nel 2015. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) era stato firmato il 14 luglio 2015 da Iran, Germania e dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina. L’intesa prevedeva la fine delle sanzioni contro Teheran in cambio di alcune limitazioni nell’arricchimento dell’uranio. Gli USA, tuttavia, hanno deciso di ritirarsi unilateralmente dall’accordo, l’8 maggio 2018, scatenando un’escalation di tensioni che ancora non accenna ad attenuarsi.

All’inizio del mese corrente, la situazione si è fatta particolarmente critica, con gli Stati Uniti che, esattamente ad un anno di distanza dal ritiro dal patto sul nucleare, hanno schierato un gruppo di portaerei e bombardieri B-52 presso il Golfo Persico. Secondo quanto spiegato dal Pentagono l’8 maggio, si tratterebbe di una mossa preventiva in vista di attacco da parte dell’Iran contro le forze statunitensi posizionate nella regione. Teheran non ha fatto alcuna minaccia pubblica diretta per provocare il dispiegamento degli armamenti statunitensi, ma Washington afferma di aver agito in base a rapporti di intelligence sulle azioni iraniane.

Nella giornata di lunedì 20 maggio, il ministro degli Esteri della Repubblica Islamica Zarif ha altresì criticato il presidente Donald Trump per il tweet del giorno precedente in cui minacciava pesantemente Teheran: “Se l’Iran vuole una guerra, sarà ufficialmente la sua fine”, aveva twittato il leader americano la sera di domenica 19 maggio.

Nel frattempo, sempre lunedì, i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran sono stati accusati dalle autorità di Riyadh di aver sparato due missili in Arabia Saudita, uno sulla città di Taif, 65 chilometri a est della città sacra della Mecca, e uno sulla città portuale di Jedda, 80 chilometri a ovest. Il gruppo sciita, tuttavia, ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco.

Con l’intensificarsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, si teme altresì che l’Iraq possa rimanere ancora una volta intrappolato nel mezzo. Domenica 19 maggio, un missile è stato lanciato nella “Green Zone” di Baghdad, un’area fortificata della capitale che ospita edifici governativi e ambasciate straniere, tra cui quella statunitense. L’attacco non ha provocato vittime, secondo quanto ha riferito l’esercito iracheno. Già il 15 maggio, Washington aveva ordinato al suo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione si presentava troppo tesa.

L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di condurre una “guerra psicologica” e il ministro degli Esteri Zarif ha affermato che “non c’è possibilità” di negoziare con gli Stati Uniti per ridurre le tensioni a spirale.

Washington ha reimposto una serie di misure punitive contro la Repubblica Islamica a partire dal ritiro americano dal patto sul nucleare, l’8 maggio 2018, e con il passare del tempo le sanzioni si sono fatte progressivamente più pesanti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova esplosione delle tensioni tra Washington e Teheran. Il 23 aprile, il Ministero del Petrolio ha denunciato nuovi attacchi americani. Ciò faceva riferimento alla decisione statunitense, annunciata il 22 aprile, di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, il ministro iraniano del Petrolio aggiunse che i Paesi del Golfo stavano sovrastimando le loro capacità di produzione petrolifera.

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Chiara Gentili

di Redazione

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