Turchia: 249 arresti tra il personale del ministero degli Esteri di Ankara

Pubblicato il 20 maggio 2019 alle 11:47 in Medio Oriente Turchia

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Le autorità turche hanno ordinato l’arresto di 249 persone che lavoravano al ministero degli Esteri di Ankara, con l’accusa di avere stretto legami con la rete di Fethullah Gulen, religioso islamico, residente negli Stati Uniti, che Ankara considera responsabile del tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. 

L’ufficio del procuratore capo di Ankara ha dichiarato di aver ordinato l’arresto del personale del ministero degli Esteri della Turchia, dopo una serie di indagini che hanno rivelato alcune irregolarità negli esami di ammissione di questi individui a tale istituzione. Tra queste persone, 78 sospetti si trovano in stato di detenzione, a seguito di varie operazioni in 43 province. La polizia è, al momento, alla ricerca delle restanti persone sotto accusa. Questi ultimi arresti fanno parte di una politica portata avanti regolarmente da Ankara a partire dagli eventi del 15 luglio 2016.

La Turchia accusa Gulen di aver orchestrato il colpo di Stato fallito, ai danni del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Il religioso islamico, al contrario, nega il suo coinvolgimento, sostenendo che il suo è un movimento pacifico. A tale proposito, l’opposizione ha accusato Ankara di usare il putsch fallito come pretesto per fermare il dissenso. Erdogan, da parte sua, afferma, invece, che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. A tal proposito, a partire dal 21 luglio 2016, era stato imposto nel Paese lo stato di emergenza, esteso per la settima volta e per tre mesi il 18 aprile e motivato con il persistere della minaccia da parte dei sostenitori del movimento di Gulen. Questo si è concluso giovedì 19 luglio all’una del mattino, ora locale. Erdogan aveva infatti promesso di revocare lo stato di emergenza in seguito alle elezioni del 24 giugno, in seguito alle quali si sono rafforzate le caratteristiche presidenziali del sistema turco. Tale cambiamento era stato deciso in occasione del referendum del 16 aprile 2017. In seguito al suo ultimo giuramento, avvenuto il 9 luglio, Erdogan ha avviato il suo secondo mandato presidenziale, che sta esercitando con poteri fortemente accresciuti, tra cui il potere di nominare alti funzionari pubblici, inclusi i ministri e i vicepresidenti.

Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha portato avanti frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando circa 77 mila persone, licenziando 150 mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere dozzine di giornali e canali mediatici. Tuttora la polizia di Ankara conduce spesso operazioni di rastrellamento contro la rete di persone connesse a Fethullah Gulen. Il 17 novembre 2018, il presidente americano, Donald Trump, aveva rifiutato l’ipotesi di estradare il religioso turco nel suo Paese di origine, smentendo alcune voci secondo cui tale proposta faceva parte di un piano atto a convincere Ankara ad allentare le pressioni sull’Arabia Saudita. “No, è fuori discussione”, aveva riferito Trump ai giornalisti quando questi gli hanno chiesto se avesse considerato l’ipotesi di estradare Gulen.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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