Iraq: missile nei pressi dell’ambasciata USA a Baghdad

Pubblicato il 20 maggio 2019 alle 9:10 in Iraq USA e Canada

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Un missile è stato lanciato nella “Green Zone” di Baghdad, un’area fortificata della capitale che ospita edifici governativi e ambasciate straniere, tra cui quella statunitense. L’attacco è avvenuto la sera di domenica 19 maggio e non ha provocato vittime, secondo quanto ha riferito l’esercito iracheno.

“Un razzo Katyusha è stato lanciato nel mezzo della Green Zone senza causare vittime”, ha comunicato l’esercito iracheno in una dichiarazione. L’esplosione si è verificata nei pressi di un monumento dedicato al milite ignoto, che dista circa mezzo chilometro dall’ambasciata statunitense in Iraq. Tale deflagrazione era udibile dal centro di Baghdad, secondo alcuni residenti. Il lanciarazzi multiplo Katyusha è un tipo di artiglieria poco precisa ma molto veloce, rispetto a quella tradizionale, secondo quanto riferisce il Middle East Monitor. Le forze speciali della polizia hanno trovato tale sistema offensivo nel distretto orientale di al-Sina, a Baghdad, a circa 7 km di distanza dalla zona attaccata e hanno sigillato l’area, secondo quanto ha riferito una fonte della polizia. Gli agenti stavano cercando dei sospetti e una squadra specializzata in artiglieria ha quindi requisito e ispezionato il lanciarazzi.

Il capitano Bill Urban, portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, ha riferito di essere a conoscenza dell’esplosione e ha confermato che questa è avvenuto appena fuori dal complesso dell’ambasciata americana, aggiungendo che non sono state riportate vittime statunitensi. L’attacco si è verificato a seguito del ritiro del personale non di emergenza dall’ambasciata di Baghdad e dal consolato USA di Erbil, avvenuto il 15 maggio, a causa di una serie di minacce incombenti da parte dell’Iran. L’amministrazione del presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato di aver inviato forze addizionali nella regione per contrastare quelle che ha definito “minacce credibili” da parte di Teheran contro gli interessi degli Stati Uniti. Il Comando americano teme, in particolare, le milizie irachene sciite, che hanno un forte legame con l’Iran. La Repubblica Islamica, da parte sua, ha dichiarato di essere estranea a tali fatti e ha accusato Washington di portare avanti una “guerra psicologica” e un “gioco politico”.

Il rapporto tra USA e Iran è estremamente teso da quando gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015, l’8 maggio 2018. Di conseguenza, Washington ha reimposto una serie di misure punitive contro la Repubblica Islamica, che si sono fatte progressivamente più pesanti. Il mese di aprile 2019 ha visto una nuova escalation delle tensioni tra Washington e Teheran. Il 23 aprile, il Ministero del Petrolio ha denunciato nuovi attacchi americani. Ciò faceva riferimento alla decisione statunitense, annunciata il 22 aprile, di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, il ministro iraniano del Petrolio aggiunse che i Paesi del Golfo stavano sovrastimando le loro capacità di produzione petrolifera. 

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, Bolton ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che non avrebbe più rispettato tali limitazioni imposte dal JCPOA, a causa della crescente pressione americana contro la Repubblica Islamica e del mancato intervento dei Paesi europei a tale riguardo. A complicare ulteriormente il quadro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno subito una serie di attacchi contro mezzi navali e infrastrutture legate alla produzione di greggio nel Golfo Persico, nelle giornate de13 14 maggio. Le forze ribelli sciite yemenite, gli Houthi, tradizionalmente sostenuti dalla Repubblica Islamica nella loro rivolta, hanno rivendicato la responsabilità degli assalti. Teheran ha, tuttavia, affermato di non essere coinvolta in nessun modo in tali eventi. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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