Iran e Cina discutono di una maggiore collaborazione politica e economica

Pubblicato il 17 maggio 2019 alle 15:33 in Cina Iran

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, si è recato in Cina, venerdì 17 maggio. Si tratta di una tappa fondamentale del tour asiatico di Zarif che spera nel supporto di Pechino contro gli Stati Uniti e le sanzioni americane. 

Le visite diplomatiche iraniane degli ultimi giorni sono volte a sostenere il commercio tra Teheran e i Paesi dell’Asia, specialmente la Cina. L’arrivo di Zarif si colloca in un momento caratterizzato da forti tensioni con gli Stati Uniti, per entrambi i Paesi. Pechino è anche uno dei firmatari dell’accordo sul nucleare del 2015, da cui il presidente americano, Donald Trump, si è ritirato unilateralmente, l’8 maggio 2018, definendolo la peggior intesa mai stipulata. Con tale mossa gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni contro la Repubblica Islamica e le tensioni con l’Iran sono progressivamente aumentate. A partire dal 23 marzo 2018, anche le relazioni tra Pechino e Washington sono andate deteriorandosi, a seguito dell’imposizione americana di dazi del 25% e del 10% sulle importazioni cinesi rispettivamente di acciaio e alluminio. Tale misura voleva costringere Pechino a modificare il proprio atteggiamento sui mercati globali, che è ritenuto scorretto anche da numerosi Paesi europei.

Durante la visita di venerdì 17 maggio, Zarif ha incontrato il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi. I due hanno discusso dei recenti sviluppi che riguardano l’accordo sul nucleare del 2015, conosciuto anche come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), secondo quanto riporta l’agenzia di stampa IRNA. Nello specifico Zarif ha sottolineato i diritti legittimi dell’Iran secondo tale intesa. L’incontro arriva poco dopo l’annuncio della Repubblica Islamica, diffuso l’8 maggio, che non rispetterà più i limiti di arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo, se i Paesi rimasti nel JCPOA non si mobiliteranno contro gli attacchi americani all’economia iraniana, entro 60 giorni. Sempre secondo quanto riporta la fonte iraniana, Zarif e Wang Yi hanno approfondito il tema delle relazioni reciproche e hanno esplorato la possibilità di ampliare la cooperazione economica e politica tra Teheran e Pechino. Il giorno precedente, il ministro iraniano si trovava a Tokyo, dove ha affrontato temi simili con le autorità del Giappone, un Paese che rappresenta un importante importatore di petrolio per il Golfo Persico.

L’incontro a Pechino si è verificato il giorno dopo la diffusione della notizia che una nave cisterna aveva scaricato 130.000 tonnellate di greggio iraniano, nei pressi della città cinese di Zhoushan, a Sud di Shanghai. La transazione faceva parte di un sistema creato per eludere le sanzioni statunitensi. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Reuters, il 16 maggio, a seguito di un continuo monitoraggio dell’imbarcazione. Il 20 marzo la Reuters aveva già riferito che alcune tonnellate di greggio iraniano erano riuscite a eludere le sanzioni degli Stati Uniti tramite un sistema che prevede il trasferimento di petrolio da nave a nave. Tali transazioni sono state effettuate grazie all’utilizzo di 4 diverse imbarcazioni, una delle quali è conosciuta come Marshal Z, che è stata monitorata per mesi dall’agenzia di stampa. Inoltre, tramite una serie di documenti falsi, il greggio veniva registrato come proveniente dall’Iraq.

I mesi di aprile e maggio 2019 sono stati caratterizzati da una nuova escalation delle tensioni tra Washington e Teheran. Il 23 aprile, il Ministero del Petrolio ha denunciato nuovi attacchi americani. Ciò faceva riferimento alla decisione statunitense, annunciata il 22 aprile, di non concedere più esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica. Gli USA assicuravano, però, che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero aumentato la produzione per mantenere stabile l’output e il prezzo del greggio. In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz. Allo stesso tempo, il ministro iraniano del Petrolio aggiunse che i Paesi del Golfo stavano sovrastimando le loro capacità di produzione petrolifera. 

Il mese di maggio è stato ancora più teso. Il 6 maggio, Bolton ha riferito che gli Stati Uniti stavano schierando la portaerei Abraham Lincoln e una task force di cacciabombardieri nel Golfo, in risposta “a una serie di segnali preoccupanti di escalation” da parte dell’Iran. Due giorni dopo, l’8 maggio, Teheran ha annunciato che avrebbe ricominciato ad arricchire l’uranio. A complicare ulteriormente il quadro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno subito una serie di attacchi contro mezzi navali e infrastrutture legate alla produzione di greggio nel Golfo Persico, nelle giornate del 13 14 maggio. Le forze ribelli sciite yemenite, gli Houthi, tradizionalmente sostenuti dalla Repubblica Islamica nella loro rivolta, hanno rivendicato la responsabilità degli assalti. Teheran ha, tuttavia, affermato di non essere coinvolta in nessun modo in tali eventi. Infine, mercoledì 15 maggio, Washington ha ordinato allo staff diplomatico non essenziale di lasciare l’Iraq, poiché la situazione è troppo tesa. Giovedì 16 maggio, infine, ad una domanda di alcuni giornalisti a Trump su una possibile guerra con l’Iran, il presidente americano ha risposto: “Spero di no”. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.