Proteste e scontri in Sudan: 6 morti

Pubblicato il 14 maggio 2019 alle 17:38 in Africa Sudan

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Le forze di sicurezza sudanesi hanno ucciso 6 persone, tra cui un ufficiale dell’esercito, durante alcuni scontri con i manifestanti, avvenuti nella notte tra il 13 e il 14 maggio. 

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Le manifestazioni sono diventate più frequenti e raccolgono ancora più persone da quando è iniziato il mese sacro musulmano del Ramadan, il 6 maggio. Il capo dell’intelligence militare sudanese, il generale Hudhaifa Abdel Malek, ha negato che le forze di sicurezza siano responsabili degli omicidi, accusando alcuni “infiltrati” non meglio specificati. Gli organizzatori delle proteste hanno riferito che le forze di sicurezza hanno ucciso circa un centinaio di manifestanti durante i quattro mesi di manifestazioni che hanno portato al rovesciamento del precedente presidente sudanese Omar al-Bashir, oggi accusato di corruzione e dell’omicidio di numerosi manifestanti. L’ex leader sudanese è anche ricercato dalla Corte penale internazionale (ICC) con l’accusa di crimini di guerra e genocidio, per i fatti legati al conflitto del Darfur degli anni 2000. Tuttavia, il Consiglio Militare che governa in Sudan ha riferito che non concederà l’estradizione all’ICC. 

La polizia sudanese aveva già sedato le proteste del 13 maggio utilizzando gas lacrimogeni. Gli agenti di sicurezza hanno altresì rimosso le barriere che i manifestanti avevano eretto su una strada principale collegata con il centro della capitale, fulcro delle proteste anti-governative. La notizia è arrivata nello stesso momento in cui è stato reso noto che i colloqui tra il Consiglio militare provvisorio e l’opposizione, favorevole alla formazione di un governo civile, sono stati interrotti. I negoziati tra i militari e l’Associazione dei professionisti sudanesi, leader dei sit-in, erano iniziati il 29 aprile e prevedevano la creazione di un consiglio misto civile-militare. A seguito di tali eventi, i manifestanti sudanesi si riuniscono da giorni, lungo le strade di Khartoum, per fare pressione sui membri del Consiglio, invitandoli a consegnare il potere ai civili. Secondo fonti locali, le forze di sicurezza avrebbero disperso all’incirca 100 persone, impegnate in una marcia pacifica, nella giornata del 13 maggio.

A seguito di lunghi mesi di proteste, nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi hanno rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente. Dopo tale evento, l’esercito ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf ha inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare. Sull’onda delle proteste pubbliche che lo consideravano alla stregua del predecessore, Awad fu però costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto, il giorno successivo, venne insediato Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. Tuttavia, gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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