Gli USA revocano visti a magistrati colombiani: polemiche con Bogotà

Pubblicato il 14 maggio 2019 alle 9:43 in Colombia USA e Canada

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Sin dalla sigla del trattato di pace tra lo Stato colombiano e la guerriglia delle FARC, nel novembre 2016, la giustizia e in particolare la giustizia di transizione, che accompagna il reinserimento degli ex guerriglieri alla vita civile, è al centro del dibattito politico colombiano. Prova recente ne sono gli scontri e le polemiche seguiti alla decisione degli Stati Uniti di ritirare il visto di almeno tre giudici  colombiani, che hanno nelle loro mani decisioni di fondamentale importanza, un episodio che ha scatenato un intenso dibattito pubblico sulle relazioni diplomatiche e sull’indipendenza della magistratura.

La settimana scorsa è emerso che gli Stati Uniti hanno revocato il visto per i magistrati Diana Fajardo e Antonio José Lizarazo della Corte costituzionale e Eyder Patiño della Corte suprema di giustizia. Inoltre, diversi accordi di cooperazione tra gli organismi giudiziari dei due paesi sono stati paralizzati. Secondo la stampa colombiana, Fajardo e Lizarazo hanno riacquistato il loro visto dopo che l’ambasciata ha attestato che non avevano problemi in sospeso con la giustizia, anche se si ipotizza che più magistrati si troveranno ad affrontare una situazione simile, che diversi settori politici e sociali colombiani hanno visto come indebita pressione e ritorsione per sentenze che riguardano questioni in cui Washington ha grandi interessi, come l’estradizione o l’uso del glifosato per combattere le coltivazioni di coca.

Lo scontro tra gli Stati Uniti e i tribunali colombiani arriva nello stesso momento in cui le proposte del presidente Iván Duque di riformare la giustizia di transizione affrontano l’ultima fase dell’iter parlamentare. Al di là del dibattito politico interno alla Colombia, di per sé molto acceso, la riforma dell’estradizione di ex guerriglieri legati al narcotraffico interessa particolarmente Washington.

Dopo una settimana di voci e fughe di notizie, domenica 12 maggio è arrivata una nota formale dall’ambasciata USA a Bogotà sulla polemica. “Il Dipartimento di Stato ha ampia autorità di revocare i visti sulla base di informazioni, che possono emergere in qualsiasi momento, che indichino che il titolare del visto può essere ammissibile negli Stati Uniti o non soddisfa i requisiti di visto” – ha affermato la missione diplomatica. Nella nota si legge inoltre che “tutte le decisioni in merito all’ammissibilità per l’ottenimento un visto sono basate sulle leggi e sui regolamenti degli Stati Uniti”, che “i file dei visti sono riservati” e che l’ambasciata non commenta “i singoli casi di visto”.

La dichiarazione non ha placato le polemiche. Nel paese sudamericano “sono stati registrati attacchi continui, intercettazioni e pressioni” contro i giudici della Corte costituzionale, la Corte Suprema e la Corte speciale per la pace, ha denunciato il collettivo Noi difendiamo la pace, che riunisce i negoziatori del governo e delle FARC, deputati di diversi partiti, ex ministri, leader di comunità indigene, accademici e difensori dei diritti umani, in una lettera inviata lunedì 13 maggio all’alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, per richiedere misure di protezione per i magistrati.

Nella lettera si legge che tali attacchi includono minacce, intercettazioni, campagne diffamatorie organizzate e “come se non bastasse” il recente ritiro dei visti da parte degli Stati Uniti. Per i firmatari, le pressioni “minacciano seriamente la loro sicurezza e integrità” dei singoli magistrati e “costituiscono un’offensiva senza precedenti contro l’autonomia della magistratura, le basi dello stato di diritto e della democrazia”.

Il ritiro del visto USA a figure di primo piano colombiane non è una misura nuova. Persino un Presidente della Repubblica in carica, Ernesto Samper (1994-98), si è visto ritirare il visto d’ingresso negli Stati Uniti quando iniziarono a circolare voci sul finanziamento della sua campagna elettorale da parte dei narcotrafficanti del Cartello di Cali. 

Il presidente Iván Duque, come prima di lui il suo mentore politico, l’ex presidente Álvaro Uribe, conduce una politica estera il cui asse principale è a Washington, partner fondamentale di Bogotà nella lotta contro il traffico di droga e  contro la guerriglia sin dagli anni ’90. Il governo colombiano, che ha bisogno di aiuti statunitensi per affrontare i problemi di sicurezza generati dalla dissidenza delle FARC, delle bande di narcotrafficanti e dei guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Nazionale, ha mantenuto un buon rapporto con l’amministrazione Donald Trump sulla strategia per affrontare Nicolás Maduro in Venezuela. Al contempo, tuttavia, esistono attriti e disaccordi tra Duque e Trump sul modo di affrontare la lotta alle colture illecite di coca, che nel 2017 hanno superato ogni record con oltre 171.000 ettari.

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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