Xinjiang: la Cina distrugge moschee e altari

Pubblicato il 9 maggio 2019 alle 11:10 in Asia Cina

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La Cina sta gradualmente radendo al suolo i luoghi di culto dell’Islam nella provincia occidentale del Xinjiang, secondo quanto emerso da un’indagine del Guardian insieme al servizio di news opensource indipendente Bellingcat. Sono una ventina le moschee e gli altari distrutti parzialmente o totalmente dal 2016 nella regione che è interessata da una forte campagna di repressione dell’identità religiosa della minoranza etnica uigura di fede musulmana.

L’indagine è stata condotta utilizzando le immagini satellitari di 100 luoghi in cui sorgevano moschee e altari di culto Sufi, secondo quanto dichiarato dai residenti, dai ricercatori e da strumenti di mappatura crowdsourced. Sui 91 siti analizzati è emerso che 31 moschee e 2 altari maggiori, compreso il complesso Imam Asim e un altro altare molto noto, hanno visto danni strutturali molto importanti tra il 2016 e il 2018. Di questi 31 siti, 15 moschee e i due altari sono stati completamente o quasi completamente distrutti, la parte restante è stata danneggiata pesantemente e portali, cupole e minareti sono stati rimossi. Altri 9 edifici identificati da ex-residenti del Xinjiang come moschee, ma privi di elementi architettonici caratteristici degli edifici religiosi, sono stati anch’essi distrutti con l’intervento diretto di bulldozer. È stato complesso avere conferma della avvenuta distruzione dei siti religiosi in quanto l’accesso al Xinjiang è particolarmente difficoltoso per i giornalisti indipendenti, soprattutto per raggiungere i luoghi di culto dei villaggi più piccoli.

La Ragione della distruzione dei luoghi di culto è da ricercarsi nella campagna di sorveglianza di massa che il governo cinese sta attuando nella provincia dell’estremo occidente della Cina, il Xinjiang, caratterizzata dalla presenza di importanti minoranze etniche musulmane, la più importante delle quali è quella uigura. Gli Uiguri sono un gruppo etnico parlante turco e di fede islamica che sono molto più vicini per etnia e cultura ai popoli dell’Asia Centrale che ai cinesi. In passato, altri altari sono stati chiusi al culto, anche se erano prima oggetto di pellegrinaggi di massa, ma non c’era mai stata notizia di vere e proprie demolizioni. Il governo cinese giustifica le operazioni in corso in Xinjiang, come la creazione di campi definiti di “rieducazione” per 1,5 milioni di uiguri, come finalizzate alla lotta contro l’estremismo islamico e il terrorismo.

Per i musulmani uiguri la distruzione dei siti religiosi e degli altari rappresenta un ulteriore colpo alla loro identità culturale e alla loro fede. In particolare, è stata vissuta con grande dolore la distruzione dell’altare dedicato a Jafari Sadiq, un guerriero santo il cui spirito si credeva avesse raggiunto il Xinjiang per aiutare la diffusione dell’Islam nella regione. L’altare sulla sua tomba veniva raggiunto con un pellegrinaggio di 70km nel deserto ed è stato distrutto nel marzo 2018 insieme agli edifici intorno ad esso che servivano da luogo di ristoro per i pellegrini.

Il governo cinese con il portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuang ha affermato di non essere a conoscenza della situazione della distruzione dei siti religiosi in Xinjiang. Il portavoce ha sottolineato che la Cina applica la “libertà di religione e si oppone fermamente all’estremismo religioso”, aggiungendo che nel Paese vi sono 20 milioni di musulmani e più di 35 mila moschee, ma ha anche ribadito che la pratica religiosa deve avvenire “secondo le disposizioni di legge”.

La libertà religiosa in Cina è però applicata con uno scopo preciso: quello di “sinizzare” le grandi religioni dell’Occidente come il Cristianesimo e l’Islam perché rispondano meglio alla “situazione nazionale” cinese, ovvero si allineino con gli obiettivi del governo cinese. A gennaio 2019, Pechino ha approvato un piano quinquennale volto a “guidare l’Islam perché diventi compatibile con il socialismo”.

La distruzione delle moschee e dei luoghi di culto sembra essere parte di questo processo, perché l’architettura islamica mostra chiaramente il legame del Xinjiang con l’India e l’Asia Centrale ed evidenzia la sua connessione con il resto del mondo islamico, secondo David Brophy, storico esperto del Xinjiang della Sidney University.

Per alcuni analisti, la distruzione delle moschee sembra essere un ritorno al ricorso a quelle pratiche repressive estreme che non si vedevano dalla Rivoluzione Culturale degli anni ’60 del secolo scorso, quando molte moschee e altari erano stati sconsacrati e trasformati in musei.

Negli ultimi 10 anni, il Xinjiang, una delle regioni più vaste della Cina occidentale, ha vissuto una serie di attentati terroristici con esplosioni ed accoltellamenti per cui le autorità cinesi reputano responsabili gli estremisti uiguri. Tra il 2013 e il 2015, i militanti islamici in Siria hanno inviato messaggi a tantissimi abitanti del Xinjiang chiedendo loro di lasciare quelle zone e di unirsi alla loro causa in Medio Oriente.

La diffusione dell’estremismo islamico ha causato la preoccupazione delle autorità centrali di Pechino che considerano il terrorismo, il separatismo e l’estremismo religioso come i “tre mali” da estirpare e hanno avviato un meccanismo di sorveglianza digitalizzata combinato a un sistema di rieducazione che è stato avviato nel 2017. Finora sono stati pochissimi i detenuti ad essere autorizzati a lasciare i campi di rieducazione, ma Zakir ha affermato che saranno molti gli studenti a completare il percorso di formazione e a poter lasciare le strutture entro la fine dell’anno, senza però fornire numeri precisi.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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