ONU e Unione Africana: governo militare in Sudan non è accettabile

Pubblicato il 7 maggio 2019 alle 15:30 in Africa Sudan

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L’Unione africana e le Nazioni Unite sostengono, in Sudan, la creazione immediata di un governo di transizione, presieduto da un’autorità civile, che sostituisca al più presto l’attuale Consiglio militare. Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha dichiarato ai giornalisti, lunedì 6 maggio, durante un incontro con il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che il governo a guida militare, salito al potere dopo la cacciata del presidente sudanese Omar al-Bashir, “non è accettabile”. Membri militari, secondo quanto riferito da Mahamat, sarebbero tollerati solo in quanto parte di un governo civile.

L’Unione Africana aveva inizialmente concesso ai militari un periodo della durata di 15 giorni per consegnare il potere ad un’autorità civile, ma, successivamente, realizzata la difficoltà di raggiungere un accordo, aveva lanciato un nuovo ultimatum, giovedì 2 maggio, estendendo il tempo a 60 giorni. Mahamat ha riferito ai giornalisti che i colloqui sono ancora in corso.

Il comunicato ONU-UA accoglie e sostiene “gli sforzi dell’Unione Africana per facilitare in Sudan una transizione consensuale e guidata da civili, in stretto coordinamento con le Nazioni Unite”.

Nel frattempo, nella giornata di lunedì, le forze sudanesi hanno sequestrato, durante un raid effettuato su una proprietà privata a Khartoum, cinture esplosive, pistole, fucili dotati di silenziatori, telefoni satellitari e dispositivi per detonare bombe a distanza. Agendo grazie a una soffiata, il contingente delle Forze paramilitari di supporto rapido (RSF) è intervenuto nel distretto di al-Taif con un’irruzione improvvisa. Non è stato ancora accertato se il deposito di armi sia collegato all’attuale crisi politica del Paese.

Le manifestazioni che hanno portato all’attuale situazione in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei Professionisti sudanesi. Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni. 

Nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi hanno rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente. Dopo tale evento, l’esercito ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf ha inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare. Sull’onda delle proteste pubbliche che lo consideravano alla stregua del predecessore, Awad fu però costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto, il giorno successivo, venne insediato Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. Tuttavia, gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019.

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Chiara Gentili

di Redazione

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