Gaza-Israele: i termini dell’ultimo cessate il fuoco

Pubblicato il 7 maggio 2019 alle 9:56 in Israele Palestina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Israele e i movimenti di resistenza armata palestinese hanno raggiunto una tregua che prevede una serie di assicurazioni da entrambe le parti. In cambio della fine delle violenze, la Striscia di Gaza chiede condizioni di vita più dignitose, anche per i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

L’accordo per il cessate il fuoco è entrato in vigore lunedì 6 maggio, dopo una serie di lanci di missili e attacchi aerei, che hanno causato la morte di 24 palestinesi, tra cui alcune donne e un bambino di 14 mesi. Anche 4 israeliani hanno perso la vita in queste giornate di violenza. La tregua prevede che l’esercito israeliano smetta di attaccare i cortei di protesta pacifici, ma anche misure per una vita quotidiana più dignitosa a Gaza. Israele dovrebbe garantire una maggiore fornitura di elettricità alla Striscia, che ne riceve solo per poche ore al giorno. Inoltre, dovranno essere aumentate le quantità di beni importati nell’enclave, per soddisfare il fabbisogno della popolazione. Infine, l’ultima condizione prevede il miglioramento delle strutture carcerarie israeliane dove sono detenuti i prigionieri palestinesi.

In cambio, i movimenti di resistenza armata palestinesi si sono impegnati a cessare immediatamente tutti gli attacchi contro le forze israeliane e contro i civili. Nessuna delle due parti ha ufficialmente annunciato o commentato la tregua, tuttavia, l’esercito israeliano ha revocato le misure di sicurezza imposte ai residenti delle aree meridionali di Israele. L’accordo per il cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell’Egitto. Fonti egiziane e palestinesi hanno riferito che Israele ha spinto per una tregua a seguito di un attacco di Hamas contro un “importante bersaglio militare israeliano”, effettuato la notte del 5 maggio. Anche l’assistenza del Qatar ai negoziati è stata cruciale, secondo una fonte di Hamas. Doha ha, infatti, annunciato lo stanziamento di 480 milioni di dollari per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in aiuti umanitari e progetti educativi. Il quotidiano The New Arab riporta che Israele stesso potrebbe aver accettato una sovvenzione dal Qatar per il supporto a Gaza.

Tuttavia, la vera novità di questo accordo è rappresentata dal fatto che i movimenti di resistenza palestinesi di Gaza abbiano concordato, per la prima volta, una serie di misure da estendere anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, in cambio della fine delle violenze, secondo quanto affermano fonti egiziane. È stato richiesto un allentamento delle restrizioni di sicurezza anche per i palestinesi fuori da Gaza e un miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri nelle carceri israeliane. A marzo 2019 risultavano detenuti in tali strutture, che si trovano prevalentemente all’interno di Israele, in violazione del diritto internazionale, circa 5450 palestinesi, di cui 205 minori. Tra questi ben 32 non hanno ancora raggiunto i 16 anni. La tutela dei diritti di questi prigionieri risulta spesso scarsa e si sono verificati numerosi casi di scioperi della fame per manifestare contro le condizioni di vita e gli arresti arbitrari.

Tuttavia, è una novità che una tregua negoziata a Gaza preveda misure per la Cisgiordania, date le condizioni di vita estremamente peggiori dei palestinesi che si trovano nell’enclave. Nella Striscia di Gaza è in vigore da circa 11 anni un embargo che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in base agli aiuti che riescono a entrare nell’area, dove ci sono solo 4 ore di elettricità al giorno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di 365 km². L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. Alcuni analisti, citati da The New Arab, evidenziano che tali condizioni di vita disperate e la mancanza di libertà di movimento sono le forze trainanti dietro le proteste degli ultimi anni.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.