Cina-USA: i mercati finanziari crollano sotto il peso della guerra commerciale

Pubblicato il 6 maggio 2019 alle 14:13 in Cina USA e Canada

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La prospettiva di un inasprimento della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina ha fatto crollare i mercati finanziari globali, lunedì 6 maggio. Male la borsa di Milano. Questa situazione potrebbe costringere Pechino a prendere decisioni sempre più difficili.

Il presidente americano, Donald Trump, ha minacciato nuovamente di imporre ulteriori dazi sui prodotti cinesi, interrompendo il dialogo degli ultimi mesi verso un accordo tra i due Paesi. Il vice premier cinese, Liu He, che è a capo della politica economica e rappresenta il principale negoziatore commerciale, aveva previsto di recarsi a Washington per una serie di colloqui, mercoledì 8 maggio. Tuttavia, con due post su Twitter, Trump ha immediatamente raffreddato il clima tra Pechino e Washington, domenica 5 maggio, causando pesanti reazioni sui mercati finanziari mondiali, alla loro apertura. “Per 10 mesi, la Cina ha pagato negli Stati Uniti i dazi al 25% su 50 miliardi di dollari di prodotti di tecnologia avanzata e al 10% su altre merci per 200 miliardi. Questi pagamenti sono parzialmente responsabili dei nostri grandi risultati economici. Il 10% salirà al 25% venerdì prossimo”, si legge nel primo post. “Beni importati dalla Cina per il valore aggiuntivo di 325 miliardi di dollari rimangono non tassati, ma lo saranno a breve, al 25%. I dazi pagati agli Stati Uniti hanno avuto un impatto minimo sul costo dei prodotti, perché sono stati in gran parte a carico della Cina. I negoziati commerciali con la Cina continuano, ma troppo lentamente, mentre si tenta di ritrattare. No!”, riporta il secondo post del presidente americano. 

L’incertezza sulla guerra commerciale ha fatto vacillare i mercati di tutto il mondo. Le azioni cinesi sono scese di oltre il 6% prima di recuperare un modesto ammontare, mentre il mercato azionario di Hong Kong è sceso del 2,9%. Anche i principali mercati europei hanno iniziato la giornata in ribasso. Francoforte ha perso l’1,94%, Parigi l’1,77% e Madrid l’1,6%. Milano è stata la peggiore borsa europea, che ha aperto in calo di oltre il 2%, scendendo ulteriormente durante la mattinata fino a perdere il 2,31%. La guerra commerciale mette a rischio l’economia mondiale, ma i più preoccupati rimangono i cinesi, secondo il New York Times. Le minacce di ulteriori dazi rappresentano un grave problema per Xi Jinping, il presidente della Repubblica Popolare Cinese, che ripone grandi speranze in un accordo commerciale con gli Stati Uniti, per mantenere positiva la crescita del Paese. Di fronte a questa situazione, Pechino ha fatto già fatto importanti mosse e per i leader cinesi è molto difficile esaudire le richieste americane, senza perdere il consenso della popolazione e la propria posizione di forza. La crescita economica della Cina ha iniziato a rallentare lo scorso anno, mentre Pechino tentava di diminuire l’eccesso di prestiti. L’introduzione delle tariffe sulle importazioni cinesi negli Stati Uniti, avviate in una prima ondata il 6 luglio 2018, hanno danneggiato i produttori cinesi e la fiducia dei consumatori, peggiorando progressivamente le performance di Pechino. Il rallentamento economico della Cina ha limitato le opzioni di Xi Jinping per rispondere alle tariffe americane e per spingere verso un accordo, secondo quanto riferisce il Times. 

Un inasprimento della guerra commerciale potrebbe ridurre il tasso di crescita economica della Cina di un valore compreso tra 1,6 e i 2 punti percentuali nei prossimi 12 mesi. Sarebbe una diminuzione considerevole: l’anno scorso l’economia cinese è cresciuta del 6,6%, secondo i dati ufficiali, e il governo ha fissato l’obiettivo ufficiale tra il 6 e il 6,5% per quest’anno. I media cinesi sono stati estremamente silenziosi sul tema della guerra commerciale, nonostante numerosi grafici che mostravano il crollo del mercato azionario cinese con riferimenti velati a Trump abbiano riempito i social media di tutta la Cina, nelle ultime settimane. Il presidente cinese deve far fronte alle minacce americane e rischia di indebolire la propria posizione se dovesse totalmente arrendersi, specialmente nell’ambito dell’high-tech, molto caro alla popolazione e alle aziende del Paese. Per mantenere un controllo sui risultati dei colloqui, i negoziatori di Pechino avevano affermato che qualsiasi concessione non verrà immediatamente tradotta in cambiamenti effettivi nella legislazione cinese. Tuttavia, questo sarebbe comunque risultato particolarmente difficile, poiché il Parlamento cinese, il National People’s Congress, viene convocato raramente, anche una sola volta all’anno.

Tale organo si è già riunito, nel mese di marzo, e ha promulgato una nuova legge sugli investimenti stranieri, che ha modificato molte delle regole a cui sono sottoposte le società straniere che fanno affari in Cina. Effettuare tali cambiamenti, prima della fine dei negoziati, era stata considerata una mossa per salvare la faccia della Cina, che non sarebbe apparsa eccessivamente soggiogata dagli Stati Uniti. Tuttavia, le società internazionali hanno criticato le modifiche e hanno dichiarato che queste rimango ancora fortemente inadeguate. Al di fuori dei negoziati, Pechino ha quindi intrapreso ulteriori iniziative per sostenere l’economia interna. Tra queste vi sono una riduzione delle tasse per i produttori, a sostegno dei settori più colpiti dai dazi statunitensi, e una serie di sconti agli acquirenti aziendali americani per compensare parte o tutto il costo delle tariffe del presidente Trump. Inoltre, la Banca Centrale cinese ha annunciato una serie di misure per facilitare le banche di piccole e medie dimensioni a prestare denaro al settore privato del Paese. Secondo quanto riferisce il Times, non c’è altro che Pechino possa fare per ammortizzare i danni di questa guerra commerciale, al momento, senza rischiare enormemente. “C’è un’enorme incertezza”, ha dichiarato Hao Hong, il capo delle operazioni internazionali della Banca delle Comunicazioni, “e non esiste nessun modello che ci consenta di stimare il nostro rischio”.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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