Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vogliono stabilità in Sudan

Pubblicato il 2 maggio 2019 alle 6:13 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti Sudan

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Gli Stati arabi sostengono una transizione pacifica in Sudan che possa equilibrare le ambizioni del popolo con le esigenze di stabilità, ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, mercoledì 1 maggio. “Totalmente legittimo è, per gli Stati arabi, sostenere una transizione ordinata e stabile in Sudan. Abbiamo vissuto un caos totale nella regione e non ne vogliamo altro”, ha scritto su Twitter il ministro Gargash.

Gli Emirati, insieme all’Arabia Saudita, appoggiano il Capo del Consiglio militare sudanese Abdel Fattah al-Burhan, instauratosi il 13 aprile tra le incessanti proteste a favore della formazione di un governo civile. I due Stati del Medio Oriente hanno promesso, il mese scorso, aiuti economici al Sudan pari a 3 miliardi di dollari, offrendo in questo modo un sostegno materiale ai nuovi leader militari del Paese. L’aiuto finanziario fornito dai due alleati, che include un deposito di 500 milioni di dollari presso la Banca centrale sudanese e altri 2,5 miliardi in aiuti umanitari, spesi per fornire cibo, medicinali e carburante alla popolazione, è il primo annunciato pubblicamente dagli Stati del Golfo alla nazione africana dopo diversi anni. Secondo il quotidiano The New Arab, non è stato specificato se il denaro sarà donato o prestato al governo sudanese. Entrambi i Paesi avevano precedentemente affermato che avrebbero fornito un sostegno concreto al consiglio militare sudanese, che ha assunto il controllo del Paese, nel mese di aprile, dopo che il precedente dittatore, Omar al-Bashir, è stato rovesciato. I due Paesi del Golfo avevano già annunciato, il 13 aprile, il loro sostegno alla giunta militare. È utile notare che Burhan e il suo vice, Mohamed Hamdan Dagalo, sostengono la coalizione a guida saudita che combatte la guerra in Yemen.

In Sudan, i manifestanti hanno negoziato con il Consiglio militare di transizione la formazione di un corpo civile-militare congiunto per monitorare una transizione pacifica nel Paese, ma sono rimasti in disaccordo su chi controllerebbe il nuovo consiglio. La Giunta militare non ha mostrato alcuna volontà nel rinunciare all’autorità finale.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei Professionisti sudanesi. Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni. 

Nella giornata di giovedì 11 aprile, le forze armate sudanesi hanno rovesciato e arrestato il presidente Omar al-Bashir, il cui governo aveva annunciato le dimissioni poche ore prima, sancendo, dopo mesi di proteste, la fine ufficiale del dominio del presidente. Dopo tale evento, l’esercito ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, e il generale Awad Ibn Auf ha inizialmente assunto il controllo come presidente del Consiglio militare. Sull’onda delle proteste pubbliche che lo consideravano alla stregua del predecessore, Awad fu però costretto a rassegnare le dimissioni e al suo posto, il giorno successivo, venne insediato Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. L’uomo ha fin da subito incontrato i manifestanti nelle strade della capitale per avviare un dialogo e ascoltare le loro richieste. Tuttavia, gli attivisti hanno fatto sapere che le proteste continueranno finché non verrà formato un governo di transizione regolare, come sancito dalla Dichiarazione della Libertà e del Cambiamento firmata da vari gruppi politici e professionali a gennaio 2019.

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Chiara Gentili

di Redazione

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