UE impone divieto di vendere armi al Myanmar

Pubblicato il 1 maggio 2019 alle 13:59 in Europa Myanmar

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L’Unione Europea ha imposto il divieto di vendere armi al Myanmar e ha prolungato le sanzioni contro i funzionari di alto livello, a causa del loro ruolo nella crisi dei Rohingya.

Le misure adottate da Bruxelles resteranno in vigore fino al 30 aprile 2020. “Le sanzioni includono un embargo sulle armi e le attrezzature che possono essere utilizzate per la repressione interna, un divieto di esportazione di beni di questo tipo da parte della polizia militare e delle guardie di frontiera e restrizioni all’esportazione di attrezzature per il monitoraggio delle comunicazioni, che potrebbero essere ugualmente utilizzate per la repressione”, si legge in una dichiarazione dell’Unione Europea. Inoltre, 14 alti funzionari militari hanno visto il rinnovo delle sanzioni individuali già imposte dall’UE nei loro confronti. Tali misure impediscono a queste persone di entrare in Europa e prevedono il congelamento di eventuali patrimoni detenuti nel Vecchio Continente.  

L’Unione ha anche fatto appello al governo del Myanmar e ha chiesto di “intervenire in modo significativo”, senza ulteriori ritardi, per alleviare la crisi dei Rohingya. L’ultimo rapporto europeo sulla situazione della minoranza nel Paese è stato reso pubblico nel dicembre del 2018. In tale documento sono evidenziate le misure da intraprendere per migliorare le condizioni in cui vivono i Rohingya, descritti dalle Nazioni Unite come il popolo più perseguitato al mondo. Le violazioni e gli abusi subiti da questo gruppo potrebbero aver costituito crimini contro l’umanità e genocidio, secondo quanto riferisce un rapporto dell’ONU. La discriminazione nei loro confronti ha radici antiche, ma le violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale.

In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, ci sono stati numerosi episodi di violenza nei confronti del gruppo. A seguito delle violenze, si è verificato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh.  L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono stati accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh.  L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a settembre 2018, ha votato per approvare l’istituzione di un “meccanismo indipendente” per il Myanmar che raccolga, consolidi e preservi le prove dei crimini contro i Rohingya, che potranno essere utilizzate in un eventuale caso giudiziario. Yanghee Lee, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Myanmar, ha affermato che il meccanismo indipendente fornirà anche dei fondi per il “supporto alle vittime”. Tali dichiarazioni sono state rilasciate il 25 gennaio, durante una visita della Lee in Thailandia e Bangladesh. Il Myanmar ha tuttavia asserito che “rifiuta assolutamente” che la Corte penale internazionale (CPI) abbia giurisdizione sul suo territorio. Il Paese non è parte dello statuto di Roma, istitutivo della corte dell’Aja. I non membri possono essere deferiti alla CPI solamente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, fonti diplomatiche hanno affermato che 2 dei membri permanenti, Cina e Russia, porrebbero il veto di fronte ad una tale iniziativa.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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