Nuovo lancio di missili da Gaza, Israele impone ulteriori misure restrittive

Pubblicato il 30 aprile 2019 alle 17:14 in Israele Palestina

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Israele ha ridotto ulteriormente lo spazio marittimo entro il quale le barche palestinesi sono autorizzate a pescare, a seguito di un lancio di razzi proveniente dalla Striscia di Gaza. Si teme la reazione della popolazione, già estremamente provata.

I pescatori di Gaza, dal 30 aprile, saranno in grado di operare non oltre le 6 miglia nautiche nel Mar Mediterraneo. Tale misura rappresenta un dimezzamento rispetto alle precedenti 15 miglia, il limite che era stato concesso dal 1° aprile. L’unità dell’esercito israeliano che supervisiona le questioni civili nei Territori Palestinesi ha riferito che tale decisione sarà in vigore “fino a nuovo avviso”. Un portavoce ha aggiunto che la ragione dietro la restrizione è da individuarsi nel lancio di un razzo da Gaza, avvenuto lunedì 29 aprile. L’offensiva proveniva proprio dal mare e il razzo è caduto nel Mediterraneo, a pochi chilometri dalla costa israeliana.

Una fonte dell’esercito ha aggiunto che l’attacco è stato effettuato dal gruppo militante di Gaza, chiamato Jihad Islamica. L’informatore ha affermato che nelle ultime settimane la Jihad islamica ha “ha effettuato diverse azioni per danneggiare” gli sforzi volti a mantenere un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, la prova che era stata un’altra organizzazione a lanciare il razzo contro la costa israeliana non avrebbe influito sulla decisione israeliana, poiché Hamas è movimento politico che governa la Striscia di Gaza. “Continuiamo a considerare Hamas responsabile di qualsiasi cosa accada nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato la fonte. Israele aveva esteso il limite di pesca in alcune aree, come parte di un pacchetto di misure volte a placare le manifestazioni scoppiate nel mese di Marzo, in occasione dell’anniversario della Marcia del Ritorno. 

La Marcia del Ritorno si riferisce ad una serie di proteste iniziate a Gaza il 30 marzo 2018. Il progetto degli organizzatori della marcia prevedeva l’avvicinamento graduale alla barriera di sicurezza israeliana in una serie di manifestazioni che dovevano protrarsi fino al 15 maggio 2018, giorno in cui si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Catastrofe, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948. Tali proteste sono culminate il 14 maggio 2018, giorno del contestato trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, con la morte di più di 60 persone e il ferimento di 2.700 palestinesi che stavano manifestando al confine tra Gaza e Israele. In totale, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute palestinese, ammontano a circa 200 i palestinesi uccisi a Gaza per mano delle unità israeliane dall’inizio delle proteste, a fronte di un soldato israeliano ucciso da un cecchino palestinese.

Nella Striscia di Gaza è in vigore da circa 11 anni un embargo che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in base agli aiuti che riescono a entrare nell’area, dove ci sono solo 4 ore di elettricità al giorno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di 365 km². L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. Alcuni analisti, citati da The New Arab, evidenziano che tali condizioni di vita disperate e la mancanza di libertà di movimento sono le forze trainanti dietro le proteste degli ultimi anni.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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