Il rifiuto di Israele di riconoscere il genocidio armeno

Pubblicato il 29 aprile 2019 alle 9:38 in Armenia Israele

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In occasione del 24 aprile, data in cui gli armeni ricordano “Metz Yeghern”, la grande disgrazia, e cioè l’uccisione di circa 1,5 milioni di armeni dell’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale, riemergono le polemiche tra Armenia e Israele, per la riluttanza dello stato ebraico di riconoscere quello armeno come “genocidio”. Numerosi membri della Knesset, il parlamento israeliano appena insediatosi, hanno chiesto a Netanyahu di procedere a un riconoscimento ufficiale, ottenendo risposte evasive da parte del premier, impegnato nei negoziati per formare il nuovo governo. 

Nonostante l’esperienza del genocidio sia ampiamente sentita in Israele, lo stato ebraico ha costantemente rifiutato di riconoscere che quello che è successo al popolo armeno nel 1915 ad opera degli Ottomani è stato un genocidio. Una decisione non deriva tanto dal desiderio di monopolizzare la propria esperienza e di ritrarre l’Olocausto come un evento storico unico e senza precedenti, ma si tratta principalmente uno stratagemma politico – secondo quanto ha spiegato il politologo israeliano Yossi Melman su Foreign Policy

Per molti anni, Israele ha temuto l’ira della Turchia se avesse riconosciuto il genocidio. Dalla fine degli anni ’50, la Turchia era un importante alleato strategico dello stato ebraico, uno dei suoi pochissimi amici, l’unico dopo la rivoluzione iraniana, nel mondo musulmano. C’erano stretti legami tra l’intelligence delle due nazioni e tra gli istituti di sicurezza, e la Turchia era un mercato importante e redditizio per le armi israeliane. Ogni volta che parlamentari israeliani, attivisti per i diritti umani e storici chiedevano il riconoscimento del genocidio armeno, l’iniziativa era bloccata dal governo. Indipendentemente da ideologia e orientamento politico, i governi israeliani che si sono succeduti, sapendo che qualsiasi riconoscimento di quanto accaduto agli armeni nel 1915-17 come genocidio avrebbe irritato la Turchia e messo a repentaglio le relazioni commerciali e di sicurezza, hanno accettato di definire “Metz Yeghern” non come “genocidio”, ma come una “tragedia”.

Negli ultimi dieci anni, le relazioni tra Turchia e Israele si sono deteriorate. Le vendite di armi israeliane ad Ankara sono state interrotte e la cooperazione delle due intelligence contro il nemico comune, la Siria, è stata sospesa. Oggi,  le relazioni politiche e militari turco-israeliane sono ai minimi storici, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e suo figlio Yair si scambiano insulti su Twitter con il presidente turco Racep Tayyip Erdogan, chiamandosi reciprocamente “tiranno” e “assassino”.

Eppure Israele rimane irremovibile nel suo rifiuto di riconoscere il genocidio armeno, suscitando ira e disappunto a Erevan. Spiega Melman che la ragione non sono più le relazioni con Ankara, ma quelle con l’Azerbaijan, che tra il 1991 e il 1994 ha perso un grosso pezzo di territorio dopo la guerra con l’Armenia. L’Azerbaijan, un paese musulmano con una popolazione prevalentemente sciita, aveva bisogno di potenziare il suo esercito dopo la guerra del Karabach, in cui gli armeni hanno occupato un quarto del paese. Baku si rivolse a Israele e iniziò una fruttuosa cooperazione economica, mantenuta segreta fino al 2016, quando il presidente azero Ilham Aliyev, nel dicembre 2016, mentre ospitava Netanyahu, ha reso noto in una conferenza stampa che il suo paese stava acquistando armi israeliane per 5 miliardi di dollari. In una certa misura, dunque, l’Azerbaigian ha sostituito la Turchia come mercato per il settore militare israeliano e come amico nel mondo musulmano.

Gli accordi sulle armi includono droni, missili, radar, artiglieria, barche e equipaggiamenti di intelligence, che secondo l’opposizione azera sono anche usati per spiare i rivali di Aliyev e i dissidenti azeri. Alcune delle tecnologie militari israeliane, in particolare droni e proiettili di artiglieria, furono usate dall’esercito azero contro le truppe armene nelle schermaglie tra i due nemici. “Per Israele, è solo commercio, ma per noi, è la morte” – ha dichiarato il ministro degli Esteri armeno Zohrab Mnatsakanyan sempre a Foreign Policy.

Netanyahu, che è stato rieletto lo scorso 9 aprile per il suo quinto mandato come primo ministro, teme che riconoscere il genocidio armeno possa far sì che Israele perda le entrate dal mercato azero e che Aliyev, che è anche un buon amico di Erdogan, possa porre fine alla presenza dell’intelligence israeliana nel suo paese. Una presenza, alle frontiere dell’Iran, che Israele giudica fondamentale per la sua sicurezza.

L’articolo del politologo israeliano ha avuto ampia eco sulla stampa armena, e in particolare l’appello con cui Melman, puntando sulla forte empatia della società israeliana nei confronti di un altro popolo vittima di genocidio, conclude la sua riflessione: “È arrivato il momento che Israele ponga termine ail suo linguaggio evasivo sull’Armenia al servizio di interessi economici. Un genocidio è un genocidio. È l’obbligo morale di Israele nei confronti dell’umanità e della memoria dei 6 milioni di ebrei uccisi nell’Olocausto, di riconoscere il genocidio armeno, così come ha riconosciuto il genocidio ruandese”.

Il governo di Erevan ha fatto suo l’appello del politologo per rinnovare la richiesta al parlamento e al governo israeliano di riconoscere il genocidio armeno.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dal russo e dall’inglese e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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