Libia: tentato attacco contro un giacimento petrolifero

Pubblicato il 29 aprile 2019 alle 13:44 in Africa Libia

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Un gruppo armato ha tentato di attaccare il giacimento petrolifero El Sharara, il più grande della Libia. Intanto, nella capitale, le forze tripoline guadagnano terreno.

La notizia dell’assalto contro El Sharara è stata riportata dall’agenzia di stampa Reuters, il 29 aprile. Secondo un ingegnere che si trova sul luogo del tentato attacco, non c’è stato alcun impatto sulla produzione do greggio degli impianti. Un’altra fonte sul campo, che ha preferito non essere identificata, ha riferito che gli uomini armati sono stati fermati appena fuori dal sito, durante la notte tra il 28 e il 29 aprile. Non sono ancora disponibili ulteriori informazioni. Il giacimento di El Sharara è situato nel deserto di Murzuq, 900 chilometri a sud di Tripoli, nell’instabile regione del Fezzan. È stato scoperto nel 1980 e sviluppato dalla compagnia petrolifera Petrom, il più grande produttore di petrolio e gas nell’Europa sud-orientale. Il giacimento è oggi gestito e posseduto dalla National Oil Corporation (NOC) e dalla società spagnola Repsol. El Sharara, che produce circa 300.000 barili di greggio al giorno, era stato posto sotto sequestro da forze armate locali a dicembre del 2018, prima di essere riaperto a marzo del 2019. 

Intanto, nella capitale libica, continua la battaglia tra l’esercito del comandate Khalifa Haftar e le forze fedeli al Governo di Accordo Nazionale (GNA), con sede a Tripoli, guidato da Fayez al-Serraj. Gli uomini del GNA stanno combattendo casa per casa, per cacciare dalla periferia della città i soldati della fazione rivale. Secondo quanto riferisce Reuters, sembra che le forze di Tripoli stiano guadagnando terreno rispetto all’esercito di Haftar. Domenica 29 aprile, una squadra di inviati che si trova nel quartiere meridionale della città, noto come Ain Zara, ha stimato che le forze fedeli a Serraj hanno guadagnato fino a 1.500 metri, rispetto a una visita di pochi giorni prima. “Stiamo progredendo. Siamo nella fase di espulsione del nemico dalla capitale”, ha dichiarato Salah Badi, un comandante delle forze anti-Haftar, proveniente dalla città occidentale di Misurata.

Tuttavia, la guerra ha trasformato la capitale libica in un campo di battaglia. Uomini con cannoni anti-aerei si aggirano tra gli edifici abbandonati a piedi, perché le strade sono troppo strette per i mezzi pesanti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Office of the Coordination of Humanitarian delle Nazioni Unite (OCHA), i bombardamenti indiscriminati sulle aree residenziali continuano, in violazione del diritto umanitario internazionale, con segnalazioni di ulteriori vittime civili e ingenti danni materiali nei quartieri di Ain Zara e Al Twaisha. Numerosi civili rimangono intrappolati a causa dei combattimenti, tra questi vi sono anche rifugiati e migranti. Secondo le Nazioni Unite, l’accesso al cibo sta diventando un problema sempre maggiore, per via della scarsità delle risorse, dell’impossibilità di movimento e dei prezzi proibitivi. Secondo le ultime stime, i combattimenti a Tripoli hanno causato circa 245 vittime, tra cui 22 civili. Inoltre, 3.700 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

L’attuale situazione in Libia è la conseguenza di una generalizzata instabilità che è iniziata a seguito della deposizione del dittatore Muammar Gheddafi, attraverso un intervento NATO capeggiato da Stati Uniti e Francia, nell’ottobre 2011. La Libia oggi è un Paese frammentato e scosso dalle violenze. Il potere politico è diviso tra due governi rivali. Il primo, creato dall’ONU, con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, ha sede a Tripoli ed è sostenuto dalle Nazioni Unite, Italia, Turchia, Qatar e Sudan. Il secondo, con sede a Tobruk, è appoggiato da Russia, Egitto, Francia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’uomo forte di Tobruk, Haftar, ha lanciato l’offensiva contro Tripoli il 4 aprile.

 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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