Guerra e Pace in Afghanistan

Pubblicato il 29 aprile 2019 alle 16:23 in Afghanistan Asia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Migliaia di persone si sono riunite a Kabul, lunedì 29 aprile, per partecipare ad un incontro volto a favorire un dialogo con i talebani. Le speranze di negoziare una pace, tuttavia, si scontrano con la storia moderna dell’Afghanistan. 

La grande assemblea consultiva di quattro giorni, nota come Loya Jirga, rappresenta un tentativo del presidente Ashraf Ghani di influenzare i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i talebani. In tali incontri, il governo non è considerato il benvenuto da parte del gruppo. “È un grande orgoglio per me avere qui rappresentanti da tutto il Paese, riuniti per parlare dei colloqui di pace”, ha dichiarato Ghani durante la cerimonia di apertura. Nella tradizione afghana, la Loya Jirga ha lo scopo di creare consenso tra vari gruppi etnici e fazioni tribali ed è solitamente convocata in circostanze straordinarie.

All’incontro di questa settimana parteciperanno 3.200 anziani, leader religiosi e civili, provenienti da tutte le 34 province afghane. Tuttavia, i capi dell’opposizione, incluso l’ex presidente Hamid Karzai, stanno boicottando l’assemblea accusando Ghani di utilizzarla a scopi elettorali. Da parte sua, il presidente afghano ha esteso l’invito alla Loya Jirga ai talebani, senza tuttavia avere successo. Questi, infatti, non solo non parteciperanno all’incontro, ma hanno fatto appello alla popolazione perché lo boicottasse. “Non partecipate alla cospirazione del nemico, chiamata Jirga, trovate invece il modo di indebolire ulteriormente la traballante amministrazione di Kabul”, ha riferito in una dichiarazione il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid. Tali eventi mostrano alcuni aspetti dell’approccio adottato dalle varie parti rispetto guerra ancora in atto nel Paese. 

Secondo quanto riferisce il quotidiano asiatico, The Diplomat, le speranze di pace per l’Afghanistan si basano sulla convinzione che i talebani siano cambiati, che il gruppo si sia evoluto dal regime totalitario integralista di vent’anni fa e sia diventato un movimento più pragmatico e meno dogmatico. Questa convinzione, però, è essenzialmente falsa, secondo il quotidiano. Da una parte, è chiaro che quella dei talebani non è la stessa organizzazione del 2001. Il potere è passato gradualmente a una nuova generazione di leader, molti dei quali sono più spietati e dogmatici dei loro predecessori. Sebbene la struttura sia ancora gerarchica, il gruppo è operativamente più decentralizzato. Inoltre, i talebani sono diventati molto più abili nell’uso dei media e di altre forme di comunicazione.

Da un’altra parte, tuttavia, ci sono degli aspetti che sono rimasti invariati. Il gruppo rimane impegnato a diffondere i suoi rigidi valori islamici e continua a chiedere che l’Afghanistan diventi un emirato islamico, a sostituire quello rovesciato dall’intervento militare statunitense dell’ottobre 2001. Nel perseguire questo obiettivo, l’insurrezione talebana ha compiuto di recente un significativo riassetto strategico. In passato, la guerra si vinceva prevalentemente sul campo di battaglia, mentre oggi la leadership è conscia delle mille possibilità offerte dall’arena politica. I talebani hanno iniziato a investire sia politicamente che militarmente sulle divisioni tra le élite politiche afghane e la popolazione. Il ritrovato ottimismo che le trattative con i talebani possano essere produttive sono, tuttavia, giustificate da alcuni fattori.

Per la prima volta, tutte le parti in conflitto sembrano concordare sulla possibilità di una soluzione politica. I colloqui si verificano a un livello superiore rispetto al passato. Mullah Baradar, uno dei co-fondatori del movimento, è stato scelto come guida della delegazione talebana. Questo porta al tavolo dei negoziati una persona che è da sempre stata considerata incline ad una soluzione politica, secondo quanto riferisce il quotidiano asiatico. Inoltre, è importante citare il ruolo degli Stati Uniti e della richiesta di collaborazione, lanciata da parte di questi ultimi a tutti i vicini regionali. Primo su tutti, il Pakistan sembra essere interessato ad assumere un ruolo costruttivo nel processo di pace. Perché allora, i negoziati sembrano non riuscire a mettere fine alle violenze in Afghanistan?

Secondo il The Diplomat, le persone che ripongono eccessiva fiducia in una soluzione politica non riescono a comprendere natura stessa dei moderni conflitti in Afghanistan. L’attuale situazione è solo la più recente di una serie di guerre civili che continuano a consumarsi dal 1978. Nessuna di queste si è mai conclusa con un negoziato inter-afghano. Al di là delle questioni di etnia, dei risentimenti regionali e settari e della competizione tra élite, queste guerre civili hanno visto lo scontro tra diversi sistemi di valori incompatibili. Oggi, quello anti-occidentale islamico e quello filo-americano moderato.

La caratteristica più distintiva di tali conflitti, storicamente, è l’impossibilità di trovare un compromesso. Una parte deve risultare vincente e una fazione deve perdere, sia militarmente che politicamente. Il governo di Kabul ha fatto generose concessioni ai talebani, nella speranza di negoziare un accordo. Agli insorti viene offerta la partecipazione al potere e modifiche costituzionali volte a rafforzare il carattere islamico dello Stato. Ma tutto ciò non basterà a portare la pace nel Paese, secondo il quotidiano asiatico. Un nuovo Afghanistan ha bisogno di una cesura netta, che passerà attraverso una tremenda sconfitta e un’eclatante vittoria. Resta ancora da capire chi sarà da quale parte.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.