La Tunisia e il terrorismo

Pubblicato il 27 aprile 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Tunisia

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Dal 24 novembre 2015 in Tunisia vige lo Stato di emergenza, che è stato istituito in seguito a una serie di attacchi rivendicati dall’ISIS. Il 18 marzo di quell’anno, due giovani tunisini armati di kalashnikov entrarono nel museo del Bardo, a Tunisi, dove uccisero 24 persone, di cui 20 turisti, 4 dei quali italiani. Successivamente, il 26 giugno, un militante armato dello Stato Islamico fece irruzione presso un resort di Port El Kantaoui, a 10 km da Susa, uccidendo 37 persone. Il 24 novembre 2015, invece, un autobus con a bordo le guardie presidenziali tunisine esplose, causando la morte di 12 ufficiali, sempre per mano dell’ISIS. Da allora, lo stato di emergenza è stato prolungato diverse volte, di cui l’ultima l’8 aprile 2019. Tale condizione conferisce alle forze di sicurezza poteri eccezionali, come quello di bandire le riunioni, gli scioperi e tutte le altre attività che potrebbero causare disordini. Tra le misure sono incluse alcune direttive che permettono alle forze di sicurezza di prendere il controllo della stampa.

Secondo quanto riferito dal Country Report on Terrorism 2017 del governo americano, nel corso dell’anno passato, la minaccia terroristica è rimasta elevata in Tunisia, in quanto al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), il gruppo di Uqba bin Nafi e l’ISIS hanno continuato a lanciare attacchi contro il personale di sicurezza tunisino. Le forze di sicurezza tunisine, tuttavia, hanno migliorato la loro capacità di prevenire le attività terroristiche. Il governo ha reso l’antiterrorismo una priorità assoluta e la Tunisia ha continuato a cooperare con la comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti, per professionalizzare il suo apparato di sicurezza. L’instabilità in Libia ha permesso ai gruppi terroristici, incluso l’ISIS, di continuare le operazioni di contrabbando presso le frontiere, anche se nel 2017 non sono stati registrati attacchi terroristici legati alla Libia. Il Global Terrorism Index 2018 dell’Institute for Economics and Peace ha inserito la Tunisia al 47 posto tra i 138 Paesi analizzati per l’impatto del terrorismo, con un indice pari a 4,08 su 10.

Nei primi 4 mesi del 2019 la Tunisia non ha subito alcun attacco terroristico. Nel 2018, il Paese nordafricano è stato teatro di due attentati. Il primo è avvenuto l’8 luglio, nell’area di Ain Sultan, nella provincia di Jenduba, al confine con l’Algeria, dove 6 membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi, mentre altri 3 sono stati feriti in un’imboscata. L’azione è stata rivendicata da Okba Ibn Nafaa Brigade (OIB), affiliata ad al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM). Si è trattato de primo assalto contro le forze di sicurezza tunisine dal 7-9 marzo 2016, quando un gruppo di militanti dello Stato Islamico tentò di prendere il controllo della città di Ben Guerdane, al confine con la Libia, venendo tuttavia respinto dai soldati tunisini. Negli scontri morirono circa 50 persone.

Il secondo attentato che ha colpito la Tunisia nel 2018, invece, si è verificato il 29 ottobre a Tunisi, dove la 30enne tunisina Mona Guebla si è fatta esplodere presso la via Habib Bourgiba, poco lontano dall’ambasciata francese, ferendo 15 persone, di cui 10 agenti e un civile. Si è trattato del primo attacco terroristico del genere da quelli che colpirono il Paese nel corso del 2015. Secondo le indagini, Guebla ha utilizzato un ordigno rudimentale per innescare l’esplosione, non una cintura esplosiva. La donna era originaria della regione di Mahdia, dove viveva con la famiglia. La polizia ha interrogato due suoi fratelli insieme ai genitori, i quali hanno sostenuto che la ragazza fosse stata manipolata, in quanto era una “figlia modello” che “passava solo molto tempo al computer”. La famiglia ha spiegato che, da quando Guebla si era laureata tre anni fa, non era stata in grado di trovare lavoro e aveva lavorato occasionalmente come pastore. Tale attacco si è verificato poche settimane dopo che il presidente Beji Caid Essebsi aveva annunciato l’estensione di un mese dello stato di emergenza a causa delle crescenti tensioni politiche in vista delle elezioni del maggio 2018. Dalle indagini, la polizia tunisina ha concluso che si è trattato di un episodio isolato e che Guebla non fosse legata ad alcuna organizzazione terroristica.

L’attuale legislazione anti-terrorismo è stata adottata nel 2015 per migliorare la difesa dei diritti umani e la lotta contro l’estremismo violento, in linea con la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu 2178, e il regime di sanzioni contro al-Qaeda e l’ISIS. Nel corso degli ultimi anni, la Tunisia ha anche rafforzato il proprio sistema penale, promuovendo nuove leggi per affrontare in maniera più efficace la minaccia posta dalla radicalizzazione. Il Ministero della Difesa (MOD) e il Ministero degli Interni (MOI) sono entrambi impegnati nella difesa del Paese. Mentre il primo guida le forze di sicurezza nelle operazioni militari, soprattutto nei pressi dei confini con l’Algeria e la Libia, il secondo rappresenta l’agenzia nazionale anti-terrorismo, che si dedica soprattutto alla salvaguardia delle aree urbane.

Al fine di proteggere le zone turistiche, la Tunisia collabora con partner internazionale per salvaguardare le aree più frequentate, offrendo anche training di preparazione agli staff degli hotel per gestire eventuali attacchi terroristici. Nel novembre 2016, il Ministero degli Interni tunisino ha adottato la National Counterterrorism Strategy, volta ad adottare un approccio più sofisticato contro il terrorismo. Il 6 dicembre dello stesso anno, il Ministro degli Interni tunisino ha riferito che le autorità, nei primi 10 mesi del 2016, hanno smantellato 160 cellule terroristiche, con il conseguente arresto di 850 terroristi, segnando un aumento di almeno 300 sospettati trattenuti rispetto ai 547 tunisini incarcerati nel corso dell’anno precedente. Tuttavia, anche durante tutto il 2016, la minaccia principale è stata rappresentata dai confini con la Libia. L’instabilità del Paese nordafricano ha permesso a numerosi gruppi estremisti, tra cui l’ISIS, di portare avanti le proprie attività, forzando il governo tunisino ad adottare nuove tattiche per aumentare i controlli alle frontiere e nelle aree urbane, dove i militanti cercano di colpire i civili. Allo stesso modo, i confini con l’Algeria sono un territorio particolarmente controllato, dal momento che vengono utilizzati dai trafficanti di armi e dai combattenti per destabilizzare la regione.

Il ritorno dei foreign fighters tunisini che negli ultimi anni sono partiti alla volta della Siria e dell’Iraq continua ad essere un fattore di rischio. Secondo le stime del Soufan Group, nell’ottobre del 2015, 6.000 combattenti tunisini erano presenti in Medio Oriente, costituendo il gruppo di foreign fighters più numeroso rispetto a tutti gli altri Paesi. Due degli attacchi terroristici che si sono verificati in Europa, rivendicati dall’ISIS, sono stati compiuti da cittadini tunisini. Il primo si è verificato Il 14 luglio 2016, ed è stato commesso dal 31enne Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, tunisino residente a Parigi, che ha falciato la folla presente sulla promenade di Nizza, uccidendo 86 persone e ferendone 458. Il secondo attentato, invece, si è verificato il 19 dicembre a Berlino, per mano del giovane 24enne tunisino Anis Amri, che ha causato la morte di 12 persone e il ferimento di altre 48, travolgendo i mercatini di Natale presenti nella capitale tedesca.

In materia di contrasto al finanziamento del terrorismo, la Tunisia fa parte del Middle East and North Africa Financial Action Task Force (MEAFATF), che è un organo regionale volto a contrastare tali attività. Nel corso dei tre anni passati, la Tunisia ha cercato di aumentare gli sforzi per limitare il riciclaggio di soldi, obbligando le banche a comunicare le proprie transazioni regolarmente. In particolare, la legge anti-terrorismo del 2015 ha creato un’unità di giudici e figure specializzate nei casi di terrorismo. L’8 febbraio 2018, il Parlamento europeo ha inserito la Tunisia nella lista nera dei Paesi terzi considerati ad alto rischio di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo. La proposta era stata avanzata il 13 dicembre 2017 dalla Commissione europea, che aveva chiesto di aggiungere alla lista il Paese nordafricano insieme allo Sri Lanka e allo Stato caraibico Trinidad e Tobago. Nel corso di gennaio 2018, diversi membri del Parlamento hanno presentato obiezioni, tentando di raggiungere una maggioranza assoluta di 376 voti per impedire l’inclusione della Tunisia, senza tuttavia avere successo. Di conseguenza, i tre Stati avanzati dalla Commissione sono stati inseriti nell’elenco dei Paesi non europei che hanno “carenze strategiche nei loro regimi anti-riciclaggio di denaro e anti-finanziamento del terrorismo”.

Dal momento che il fenomeno della radicalizzazione ha costituito una delle principali sfide per le autorità di Tunisi, il Paese nordafricano ha cercato di migliorare le proprie condizioni socio-economiche, promuovendo lo sviluppo economico e il miglioramento dell’istruzione. Il governo tunisino, inoltre, nel tentativo di limitare l’esposizione dei giovani al messaggio radicale, ha rimosso tutti gli imam che erano stati segnalati essere estremisti.

Infine, la Tunisia è stata particolarmente attiva nell’ambito della cooperazione internazionale e regionale, appoggiando l’Onu, l’Arab League e il Global Counterterrorism Forum (GCTF) e l’Unione Africana (AU). Tunisi è anche un membro attivo della Trans-Sahara Counterterrorism Partnership, un programma pluri-annuale promosso dagli USA, volto ad assistere i governi del Maghreb e del Sahel nell’affrontare le minacce terroristiche.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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