L’Algeria contro tutti gli alleati di Bouteflika

Pubblicato il 25 aprile 2019 alle 19:17 in Africa Algeria

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Le autorità algerine hanno riaperto un’indagine per corruzione nei confronti di un ex ministro del governo di Abdelaziz Bouteflika, mentre la transizione del Paese, dopo le dimissioni dell’ex presidente, è ancora in atto. 

Chakib Khelil, 79 anni, è stato ministro dell’energia per un decennio, prima di lasciare il governo, nel 2010. Khelil è riuscito a respingere le precedenti accuse di corruzione, qualche anno fa, quando l’ex presidente era ancora in carica. Oggi, le autorità algerine hanno annunciato di aver riaperto le indagini a suo carico. Tale decisione si aggiunge agli arresti, effettuati questa settimana, di 4 magnati che avevano avuto, a loro volta, importanti legami con Bouteflika. Anche l’uomo più ricco del Paese, Issad Rebrab, è stato arrestato per sospette false dichiarazioni doganali. Rebrab, tuttavia, era tra quelli che avevano appoggiato le proteste anti-Bouteflika che alla fine hanno portato l’ex presidente a dimettersi. Khelil, invece, ha una doppia cittadinanza algerino-statunitense, ed era fuggito negli Stati Uniti quando è stato accusato di frode finanziaria, insieme al capo della compagnia petrolifera statale algerina, Sonatrach, e a molti dei suoi massimi dirigenti. 

Mentre i funzionari di Sonatrach sono stati condannati, Khelil è stato assolto ed è tornato in Algeria nel 2016. Mercoledì 24 aprile, il tribunale supremo dell’Algeria ha dichiarato di aver ricevuto “due accuse contro Khelil e i suoi complici”. Le accuse riguarderebbero la violazione delle leggi algerine che regolano i trasferimenti di capitali all’estero e alcune irregolarità riscontrate in “due contratti della società Sonatrach con due società straniere”. La riapertura delle indagini contro Khelil arriva il giorno dopo che il capo di Sonatrach, Abdelmoumen Ould Kaddour, era stato licenziato e sostituito, per ordine del presidente ad interim del paese, Abdelkader Bensalah.

Le manifestazioni che hanno portato all’attuale situazione, in Algeria, hanno avuto inizio il 22 febbraio, dopo che il vecchio presidente Abdelaziz Bouteflika aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi per un quinto mandato come capo di Stato. Questa mossa era stata sostenuta dal suo partito, il Fronte di liberazione nazionale (NLF) e dai suoi alleati, ma fortemente osteggiata dalla popolazione algerina. Il presidente aveva inizialmente ceduto alle richieste dei manifestanti e aveva annunciato che non avrebbe partecipato alle successive elezioni algerine. Tuttavia, ha poi fatto un passo indietro e ha dichiarato che sarebbe rimasto alla guida del Paese, fino all’adozione di una nuova Costituzione, estendendo di fatto il suo mandato.

La promessa di una riforma costituzionale non è riuscita a placare le centinaia di migliaia di algerini che sono scesi in piazza per quasi cinque settimane, chiedendo le dimissioni immediate del presidente. A seguito della crescita delle proteste, i partiti di opposizione, l’esercito algerino, il partito di Bouteflika e i suoi stessi alleati hanno deciso di supportare i manifestanti e hanno chiesto, a loro volta, le dimissioni del presidente. Tali posizioni non hanno fatto che aumentare l’isolamento del capo di Stato di 82 anni, che è stato raramente visto in pubblico dopo il 2013, anno in cui ha avuto un ictus che ha fortemente peggiorato le sue condizioni di salute. 

A seguito delle dimissioni del presidente, avvenute il 2 aprile, le manifestazioni non si sono fermate. Ad Algeri si sono verificati una serie di scontri, nella giornata di martedì 9 aprile. Lo stesso giorno, il Parlamento algerino ha ufficialmente confermato come capo di Stato ad interim il presidente del Senato, Abdelkader Bensalah, che sarebbe rimasto in carica per 90 giorni. Alcune immagini delle relative proteste mostrano le forze della polizia caricare i manifestanti urlando slogan, utilizzando spray al peperoncino, cannoni ad acqua e manganelli per disperdere la folla. I manifestanti algerini hanno più volte dichiarato che le dimissioni del precedente presidente non sono sufficienti a placare le proteste. Le piazze chiedono un cambio radicale nelle sedi del potere, che sono state monopolizzate da un’élite, al potere da troppo tempo. Quale sarà il futuro del Paese è ancora, tuttavia, incerto. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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