Arabia Saudita e Emirati stanziano 3 miliardi di dollari per il Sudan

Pubblicato il 22 aprile 2019 alle 6:31 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti Sudan

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L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno promesso 3 miliardi di dollari in aiuti al consiglio militare del Sudan, che ha preso il controllo del Paese, nonostante le proteste della popolazione. 

Gli Stati del Golfo hanno promesso 500 milioni di dollari alla Banca Centrale sudanese e 2,5 miliardi in aiuti umanitari, che saranno spesi per fornire cibo, medicinali e carburante alla popolazione. Secondo il quotidiano The New Arab, non è stato specificato se il denaro sarà donato o prestato al governo sudanese. Entrambi i Paesi avevano precedentemente affermato che avrebbero fornito un sostegno concreto al consiglio militare sudanese, che ha assunto il controllo del Paese, nel mese di aprile, dopo che il precedente dittatore, Omar al-Bashir, è stato rovesciato. I due Paesi del Golfo avevano già annunciato, il 13 aprile, il loro sostegno alla giunta militare. 

“Gli Emirati Arabi Uniti affermano il proprio sostegno alle misure adottate dal Consiglio militare transitorio del Sudan per proteggere le persone e le proprietà locali, auspicando che tali misure garantiscano sicurezza e stabilità per il Paese fratello”, aveva riferito il ministro degli Esteri degli EAU, in una dichiarazione, rilasciata la sera di sabato 13 aprile. Abu Dhabi aveva, quindi, avviato le comunicazioni tra il proprio governo e la giunta militare di Khartoum. Anche l’Arabia Saudita, alleato degli Emirati Arabi Uniti, ha annunciato la stessa posizione. “L’Arabia Saudita dichiara il suo sostegno ai cambiamenti annunciati  [dal consiglio militare], supporta il popolo sudanese e spera che ciò garantisca sicurezza e stabilità per il Paese”, hanno riferito i media statali sauditi, domenica 14 aprile. 

Intanto, in Sudan, le proteste non si sono fermate. L’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA), che guida le manifestazioni, chiede la formazione di un governo civile ed ha più volte sottolineato che è pronta a organizzare nuove manifestazioni, se le loro richieste non verranno ascoltate. Hiba Morgan, giornalista di Al-Jazeera inviato a Khartoum, ha riferito che, durante i colloqui tra manifestanti e soldati, il Consiglio militare ha ribadito di volere il controllo di due sole cariche, i Ministeri della Difesa e dell’Interno. Questo perché, secondo le loro parole, le forze armate intendono “mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese”. Morgan ha altresì riferito che ci sono alcuni disaccordi tra i vari partiti politici rispetto alla durata e la forma di alcune delle misure che dovranno essere intraprese. “Al momento i partiti politici sono divisi. Alcuni di loro vogliono un periodo di transizione di due anni, altri lo vogliono di quattro. C’è anche disaccordo su come gestire i servizi di intelligence e sicurezza nazionali. Alcuni li vogliono completamente aboliti mentre altri chiedono riforme”, ha dichiarato il giornalista. 

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto lo stato di emergenza, per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a 6 mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dalla SPA. Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa dei manifestanti e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le manifestazioni. L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in di fronte al Ministero della Difesa. Secondo il Comitato dei Dottori del Sudan, dal 6 aprile ad oggi, nelle proteste sono morte almeno 38 persone, tra cui 6 soldati. Un portavoce delle forze dell’ordine ha affermato che, tra giovedì 11 e venerdì 12 aprile, 16 persone sono morte a seguito di ferite procurate da proiettili vaganti.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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