Turchia: arrestati due agenti segreti degli EAU per collegamenti con il caso Khashoggi

Pubblicato il 19 aprile 2019 alle 16:55 in Emirati Arabi Uniti Turchia

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La Turchia ha arrestato due spie degli Emirati Arabi Uniti (EAU) e ha aperto un’indagine su un probabile legame tra uno di loro e l’omicidio del giornalista saudita dissidente Khashoggi, avvenuto nel consolato del Regno, a Istanbul, nell’ottobre del 2018.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono stretti alleati ed entrambi hanno avuto relazioni difficili con la Turchia negli ultimi anni. I due agenti dell’intelligence degli Emirati Arabi Uniti “hanno confessato di spiare cittadini arabi per conto degli EAU”, secondo quanto riferito da un alto funzionario turco, venerdì 19 aprile. Il funzionario ha aggiunto che la Turchia sta indagando se l’arrivo nel Paese di una delle spie abbia avuto legami con l’omicidio di Khashoggi. Gli arresti, sebbene resi pubblici solo il 19 aprile, erano stati effettuati il 15 dello stesso mese. “Il fatto che le notizie sul loro arresto siano state rese pubbliche quattro giorni dopo suggerisce che i sospetti contro di loro sono molto forti”, ha dichiarato il Dr. Ali Bakeer, un ricercatore senior presso il Centro ORSAM per gli studi strategici sul Medio Oriente. 

A novembre del 2018, la CIA aveva concluso un’indagine il cui risultato indicava che l’omicidio di Khashoggi a Instanbul era stato ordinato dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, una scoperta che andava in aperta contraddizione delle dichiarazioni di quest’ultimo. Gli Stati Uniti avevano deciso di imporre sanzioni economiche nei confronti di 17 funzionari sauditi per il loro ruolo nell’uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti sono state la prima risposta concreta dell’amministrazione Trump all’omicidio di Khashoggi, avvenuta nel consolato saudita in Turchia, il 2 ottobre. Tra gli individui implicati vi erano Saud al-Qahtani, il quale è stato rimosso dalla sua posizione di primo ministro nel regime del principe ereditario Mohammed bin Salman, così come il console generale saudita, Mohammad al-Otaibi, e alcuni membri della squadra di 15 persone identificata dalla Turchia come coinvolta nell’omicidio.

In un primo momento, Riad aveva negato ogni responsabilità per la scomparsa del famoso critico, sostenendo che l’editorialista del Washington Post aveva lasciato l’edificio indenne. In seguito, l’Arabia Saudita aveva ammesso che Khashoggi era effettivamente stato ucciso all’interno del suo consolato, precisando che l’uomo era morto in seguito a una rissa. Riad aveva nuovamente cambiato versione, affermando che il governo saudita voleva convincere il giornalista a tornare in patria, come parte di una campagna volta a prevenire che gli oppositori del Paese venissero ingaggiati dai nemici. Per questo motivo, il vice presidente dell’Intelligence saudita, Ahmed al-Asiri, aveva costituito un gruppo di 15 persone, inviandolo a Istanbul per incontrare il giornalista e convincerlo a tornare in Arabia Saudita. Secondo il piano, il team avrebbe dovuto trattenere Khashoggi in una casa sicura, fuori Istanbul, per un certo periodo di tempo, ma l’accordo era di rilasciarlo se, alla fine, l’uomo si fosse opposto a tornare in patria. Nonostante ciò, un funzionario saudita ha dichiarato che la situazione è degenerata sin dall’inizio, in quanto il gruppo ha ignorato gli ordini e ha utilizzato la violenza, trattenendo Khashoggi per il collo, coprendogli la bocca per evitare che urlasse e provocando così la sua morte. L’Arabia Saudita ha affermato che l’omicidio è stato portato a termine da una squadra di quindici agenti sauditi, ma sostiene che si sia trattato di un’operazione “canaglia” e che la leadership del Regno, in realtà, non fosse stata messa al corrente di tale iniziativa. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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