Mali: governo rassegna le dimissioni, incapaci di gestire le rivalità etniche interne

Pubblicato il 19 aprile 2019 alle 9:30 in Africa Mali

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Il primo ministro del Mali e il suo governo hanno rassegnato le dimissioni, a causa dell’incapacità di gestire le rivalità inter-etniche che hanno portato alla massacro di 160 pastori fulani, il 23 marzo. 

Il presidente del Paese, Ibrahim Boubacar Keita, ha accettato le dimissioni e non ha ritenuto di dover motivare la decisione del primo ministro, Soumeylou Boubeye Maiga. La popolazione del Mali, seppure abituata ad alti livelli di violenza negli ultimi anni, è ancora tremendamente sconvolta, a quattro settimane dal massacro di 160 persone, avvenuto il 23 marzo in un villaggio popolato da pastori fulani, Ogossagou, nel centro del Paese. I fulani sono un’etnia nomade dell’Africa occidentale, dedita alla pastorizia e al commercio. Sono diffusi dalla Mauritania al Camerun e contano complessivamente fra i 6 e i 19 milioni di persone. Ad Ogossagou, 160 di queste persone sono state arse vive nelle proprie case, a cui è stato appiccato il fuoco, in un attacco premeditato e legato a rivalità etniche. A tale riguardo, sono stati effettuati 5 arresti, ma non tutti i responsabili della carneficina sono ancora stati assicurati alla giustizia. Questi dovrebbero appartenere alla popolazione africana dogon, che conta circa 240.000 individui e vive prevalentemente a sud del fiume Niger. Tra i fulani e i dogon esistono rivalità di vecchia data.

La decisione del governo malese di rassegnare le dimissioni arriva a seguito del proprio fallimento nella gestione della situazione. I parlamentari malesi avevano già discusso di una possibile mozione di sfiducia proprio a causa del massacro, del fallimento nel disarmare i gruppi armati e nel punire i perpetratori di tali atti. “Un primo ministro sarà nominato molto presto e un nuovo governo sarà formato dopo le consultazioni con tutte le forze politiche”, ha riferito l’ufficio del presidente Keita. Gli attacchi del 23 marzo sono avvenuti mentre una missione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite stava visitando il Paese nel tentativo di trovare soluzioni alla violenza che ha provocato la morte di centinaia di civili nel corso del 2018, violenza che ora si sta diffondendo nella regione del Sahel dell’Africa occidentale.

Gruppi jihadisti associati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico hanno sfruttato e fomentato le rivalità etniche già esistenti in Mali e nei Paesi vicini, Burkina Faso e Niger, per aumentare il successo del loro reclutamento tra le proprie fila, e rendere ampie porzioni degli Stati ingovernabili. Gli ambasciatori del Consiglio di Sicurezza avevano incontrato il presidente maliano, Ibrahim Boubacar Keita, insieme ad altri funzionari governativi, nella giornata di venerdì 22 marzo, per discutere delle violenze e della lenta implementazione di un accordo di pace stipulato nel 2015 con i gruppi armati di matrice non islamista. “Un palese senso di frustrazione tra i membri del Consiglio di Sicurezza in merito alla velocità di attuazione dell’Accordo di Pace del Mali”, ha twittato in proposito un rappresentante britannico della missione, Stephen Hickey, concludendo che il Consiglio si è preparato a imporre sanzioni contro chi impedirà tale attuazione.

Le truppe francesi sono intervenute in Mali, ex colonia francese, nel 2013, per respingere l’avanzata jihadista dal deserto settentrionale. Tuttavia, i militanti islamici da allora hanno lentamente ripreso piede, espandendo nuovamente la loro presenza nel Mali centrale e nei Paesi vicini. Circa 4.500 unità francesi sono ancora stanziate nella regione del Sahel, e la maggior parte proprio in Mali. Nella regione sono presenti anche centinaia di unità degli Stati Uniti.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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