Proteste in Sudan: 7 morti tra manifestanti e soldati

Pubblicato il 9 aprile 2019 alle 17:35 in Africa Sudan

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Almeno 5 manifestanti e 2 soldati sono morti, martedì 9 aprile, durante una manifestazione fuori dal Comando Generale dell’Esercito di Khartoum, in Sudan. 

I membri dell’esercito sudanese hanno continuato a intervenire contro le forze di sicurezza statali e le milizie del regime del Presidente Omar al-Bashir, per proteggere i manifestanti, secondo quanto riferiscono alcuni testimoni. La morte di 7 persone è stata confermata dal Comitato centrale dei medici sudanesi (CCSD). Il 9 aprile è il quarto giorno di proteste di fronte al Comando Generale dell’Esercito. Nonostante le violenze non facciano che aumentare e la situazione sia estremamente tesa, i manifestanti continuano a chiedere alla popolazione sudanese di unirsi al sit-in. Il numero di presenti, negli ultimi giorni, è continuato ad aumentare. 

L’esercito sudanese era già intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere il sit-in. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti e si sono posti a capo delle proteste, per chiedere le dimissioni del presidente al-Bashir e del suo governo. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise, tra sabato 6 e domenica 7 aprile, durante i disordini nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Nella giornata di sabato, i manifestanti si sono recati per la prima volta davanti al Ministero della Difesa chiedendo di far accogliere un memorandum in cui si sollecitava l’esercito a schierarsi con loro. Si sono stabiliti nei pressi del complesso ministeriale, che comprende la residenza di al-Bashir e il quartier generale dei servizi segreti, e lì, nonostante i tentativi delle forze di sicurezza di fermarli, hanno costituito un campo permanente. Il numero di manifestanti fuori dal Ministero è continuato a crescere, fin quando la polizia, in tenuta antisommossa, e il personale dei servizi segreti hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni, cercando di disperdere la folla, composta da all’incirca 3.000 persone. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni e attivisti, i soldati di guardia nel complesso, dopo aver percepito la pericolosità della situazione, sono usciti per proteggere i manifestanti e hanno sparato in aria colpi di avvertimento. A quel punto, le forze di sicurezza si sono ritirate senza contrattaccare e i manifestanti hanno cominciato ad applaudire i soldati schierati nella zona e a gridare “l’esercito ci sta proteggendo” e “un popolo, un esercito”.

Il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail, che è anche portavoce del governo, ha smentito tutte le testimonianze delle fonti locali e ha dichiarato: “La folla di fronte al comando generale è stata completamente sgomberata, in modo da non provocare vittime tra le parti. Gli apparati di sicurezza sono coesi tra loro e lavorano con energia positiva e in armonia”. I manifestanti, dal canto loro, hanno promesso di continuare con le proteste fino a quando al-Bashir non si dimetterà.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto uno stato di emergenza per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a sei mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa della SPA e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le dimostrazioni.

Al-Bashir, che è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, si rifiuta di cedere alle pressioni dei manifestanti sudanesi. Il presidente è sostenuto da molti Paesi arabi, i quali temono che il dissenso possa presto diffondersi in tutta la regione. Nel summit della Lega araba, svoltosi in Tunisia il 31 marzo 2019, i leader di diversi Paesi arabi e musulmani politicamente e socialmente instabili hanno espresso la loro solidarietà ad al-Bashir in una dichiarazione pubblica. Il mese scorso, il Sudan ha ricevuto un prestito di 300 milioni di dollari dal Fondo Monetario Arabo per affrontare l’attuale crisi di valuta estera.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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