Sudan: esercito interviene nello scontro tra manifestanti e forze di sicurezza

Pubblicato il 8 aprile 2019 alle 18:38 in Africa Sudan

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L’esercito sudanese è intervenuto, lunedì 8 aprile, per proteggere i manifestanti in seguito al tentativo delle forze di sicurezza di Khartoum di interrompere un sit-in in cui migliaia di attivisti anti-governativi hanno marciato fuori dal Ministero della Difesa. Diversi leader dell’opposizione si sono uniti ai manifestanti, che da due giorni si raccolgono davanti alla sede del Ministero e si sono posti a capo delle proteste, avanzando la richiesta di dimissioni per il presidente Omar al-Bashir e il suo governo. Il ministro degli Interni ha riferito al Parlamento che 6 persone sono state uccise tra sabato 6 e domenica 7 aprile durante i disordini nella capitale, mentre una vittima è stata registrata nella regione occidentale del Darfur.

Nella giornata di sabato, i manifestanti si sono recati per la prima volta davanti al Ministero della Difesa chiedendo di far accogliere un memorandum in cui si sollecitava l’esercito a schierarsi con loro. Si sono stabiliti nei pressi del complesso ministeriale, che comprende la residenza di al-Bashir e il quartier generale dei servizi segreti, e lì, nonostante i tentativi da parte delle forze di sicurezza di fermarli, hanno costituito un campo permanente. Il numero di manifestanti fuori dal Ministero ha continuato a crescere lunedì, fin quando la polizia antisommossa e il personale dei servizi segreti hanno incominciato a lanciare gas lacrimogeni, cercando di disperdere la folla composta da all’incirca 3.000 persone. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni e attivisti, i soldati di guardia nel complesso, dopo aver percepito la pericolosità della situazione, sono usciti per proteggere i manifestanti e hanno sparato in aria colpi di avvertimento. A questo puto, le forze di sicurezza si sono ritirate senza contrattaccare, mentre i manifestanti hanno cominciato ad applaudire i soldati schierati nella zona e a gridare “L’esercito ci sta proteggendo” oppure “Un popolo, un esercito”.

Il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail, che è anche portavoce del governo, ha smentito tutte le testimonianze delle fonti locali e ha dichiarato: “La folla di fronte al comando generale è stata completamente sgomberata, in modo da non provocare vittime tra le parti. Gli apparati di sicurezza sono coesi tra loro e lavorano con energia positiva e in armonia”. I manifestanti, dal canto loro, hanno promesso di continuare con le proteste fino a quando al-Bashir non si dimetterà.

Le manifestazioni sono scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, in seguito alla decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto uno stato di emergenza per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a sei mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa della SPA e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le dimostrazioni.

Al-Bashir, che è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, si rifiuta di cedere alle pressioni dei manifestanti sudanesi. Il presidente è sostenuto da molti paesi arabi, i quali temono che il dissenso possa presto diffondersi in tutta la regione. Nel summit della Lega araba, svoltosi in Tunisia il 31 marzo 2019, i leader di diversi Paesi arabi e musulmani politicamente e socialmente instabili hanno espresso la loro solidarietà ad al-Bashir in una dichiarazione pubblica. Il mese scorso, il Sudan ha ricevuto un prestito di 300 milioni di dollari dal Fondo Monetario Arabo per affrontare l’attuale crisi di valuta estera.

Decine di giornalisti e manifestanti hanno marciato a Khartoum, lunedì 25 marzo, per chiedere la fine delle restrizioni sulla libertà di stampa, la battaglia più dura tra quelle condotte contro il governo del presidente al-Bashir. Tuttavia, il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail, ha rinnegato la natura delle proteste e ha dichiarato che: “Non c’è crisi politica in Sudan, ma solo una crisi economica”. Il mese scorso Bashir ha sciolto il governo centrale, sostituito i governatori degli Stati regionali con funzionari della sicurezza e ampliato i poteri della polizia. Il 26 febbraio, il presidente ha altresì vietato qualsiasi manifestazione o raduno pubblico non autorizzato, dando il permesso alle forze di sicurezza di effettuare raid per verificare che non abbiano luogo “attività sospette”.

Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città. L’ultimo stato d’emergenza nel Paese era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, al-Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il Parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato le sue intenzioni di ricandidarsi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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