Sudan: manifestanti ispirati dalle proteste in Algeria

Pubblicato il 4 aprile 2019 alle 16:48 in Algeria Sudan

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I leader delle proteste che dal 19 dicembre 2018 scuotono il Sudan hanno accolto positivamente le dimissioni del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, annunciate martedì 2 aprile, sperando di riuscire a raggiungere presto lo stesso risultato con il loro presidente Omar al-Bashir. I manifestanti, che hanno organizzato grandi proteste antigovernative a Khartoum e in diverse altre città del Paese, hanno definito le dimissioni del leader algerino “un evento storico”.“È un risultato molto positivo”, ha riferito al quotidiano The Associated Press, la portavoce dell’Associazione dei professionisti sudanesi Sarah Abdel-Jaleel. La fine del regime di Bouteflika “sta mostrando il successo della resistenza pacifica in Africa e ci dà sicuramente tutte le speranze e le rassicurazioni sul fatto che dobbiamo andare avanti”, ha aggiunto la donna.

Le manifestazioni sono scoppiate per la prima volta in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, dopo la decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Dopo una prima ondata di repressioni, che non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, il 22 febbraio al-Bashir ha imposto uno stato di emergenza per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a sei mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa della SPA e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le dimostrazioni.

Al-Bashir, che è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, si rifiuta di cedere alle pressioni dei manifestanti sudanesi. Il presidente è sostenuto da molti paesi arabi, i quali temono che il dissenso possa presto diffondersi in tutta la regione. Nel summit della Lega araba, svoltosi in Tunisia il 31 marzo 2019, i leader di diversi Paesi arabi e musulmani politicamente e socialmente instabili hanno espresso la loro solidarietà ad al-Bashir in una dichiarazione pubblica. Il mese scorso, il Sudan ha ricevuto un prestito di 300 milioni di dollari dal Fondo Monetario Arabo per affrontare l’attuale crisi di valuta estera.

Decine di giornalisti e manifestanti hanno marciato a Khartoum, lunedì 25 marzo, per chiedere la fine delle restrizioni sulla libertà di stampa, la battaglia più dura tra quelle condotte contro il governo del presidente al-Bashir. Tuttavia, il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail, ha rinnegato la natura delle proteste e ha dichiarato che: “Non c’è crisi politica in Sudan, ma solo una crisi economica”. Il mese scorso Bashir ha sciolto il governo centrale, sostituito i governatori degli Stati regionali con funzionari della sicurezza e ampliato i poteri della polizia. Il 26 febbraio, il presidente ha altresì vietato qualsiasi manifestazione o raduno pubblico non autorizzato, dando il permesso alle forze di sicurezza di effettuare raid per verificare che non abbiano luogo “attività sospette”. Molti manifestanti sono stati inoltre incarcerati da tribunali speciali istituiti per indagare sulle violazioni dello stato di emergenza. Othman Mirghani, caporedattore del quotidiano indipendente al-Tayare uno dei più eminenti giornalisti del Sudan, era stato arrestato nel suo ufficio di Khartoum il 22 febbraio e successivamente rilasciato il 29 marzo dopo diverse battaglie e sollecitazioni dell’opinione pubblica.

Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città. L’ultimo stato d’emergenza nel Paese era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, al-Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il Parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato le sue intenzioni di ricandidarsi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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