La Brexit: aprire e chiudere la bocca in politica internazionale

Pubblicato il 2 aprile 2019 alle 11:57 in Il commento UK

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Mentre il presidente della Cina si distende fino Roma per abbattere le frontiere con l’Unione Europea, il Regno Unito si ritrae per reintrodurle. Il viaggio di Xi Jinping in Italia chiarisce la differenza tra un Paese vigoroso e un Paese timoroso. I muri sono resoconti geopolitici: disvelano chi avanza e chi arretra. Il referendum in favore della Brexit del 2016 non cessa di avere gravi ripercussioni. La sterlina si è indebolita, l’economia ha subito un rallentamento e gli investimenti sono declinati. Secondo i dati più recenti della banca d’Inghilterra, l’economia del Regno Unito sarebbe oggi più grande del 2%, se il referendum avesse dato ragione agli europeisti. Questa caduta è avvenuta senza che il Regno Unito abbia modificato i rapporti commerciali con l’Unione Europea. Theresa May sta infatti discutendo sul modo in cui potrebbero eventualmente cambiare: “Figuriamoci quando cambieranno davvero”, commentano molti imprenditori. Quando gli inglesi si recavano alle urne per il referendum del 2016, la loro economia cresceva più rapidamente rispetto a tutti gli altri Paesi del G7. Ma la Brexit non è soltanto questione di economia. La politica inglese si sta avvitando su se stessa. Il parlamento ha bocciato per due volte la proposta di accordo tra la May e l’Unione Europea, salvo poi precipitarsi a dichiarare di non voler uscire dall’Unione Europea senza un accordo. E così la May ha dovuto chiedere alla Commissione europea una terza possibilità. Per non parlare dell’Irlanda del Nord, il problema politico più grave, dove in passato è scorso tanto sangue. È vero che alla fine gli indipendentisti accettarono malvolentieri di rimanere nel Regno Unito, a patto però che i confini tra l’Irlanda del Nord e il resto d’Irlanda fossero praticamente abbattuti. Confini che verrebbero reintrodotti nel caso in cui il Regno Unito fuoriuscisse dall’Unione Europea. L’Irlanda del Nord ha votato contro la Brexit, ma fa parte del Regno Unito, per cui dovrebbe uscire, volendo rimanere. L’indipendentismo in Irlanda del Nord fa paura e Theresa May lo teme. Davanti a un simile scenario, molti si domandano dove sia finito Nigel Farage, l’uomo che per vent’anni ha lottato per la Brexit. Subito dopo la vittoria referendaria, si è dimesso come leader del suo partito, l’UKIP. Per anni, aveva urlato: “Rivoglio il mio Paese indietro”. Vinto il referendum, ha detto: “Rivoglio indietro la mia vita”. Molti lo hanno criticato per essersi tolto dai guai, dopo averli provocati. Oggi però annuncia di volere assumere la guida del Partito della Brexit, fondato il 20 gennaio 2019. La segretaria, Catherine Blaiklock, si è appena dimessa per alcuni commenti contro i musulmani. Il fatto che tutte le attenzioni siano rivolte alla May ha però distolto l’attenzione dal fatto politico più significativo. Spesso accusati di essere burocrati barcollanti, Junker e gli altri commissari europei stanno mostrando che cosa sia la forza politica e cioè la capacità di ottenere ragione di qualunque opposizione. Imponendo condizioni gravose per realizzare la Brexit, hanno mandato in crisi la politica inglese. Farage aveva pensato di mettere in ginocchio la Commissione europea, ma qualunque uomo fedele alla terra avrebbe previsto il contrario. Il senso della realtà impone di vedere che l’Unione Europea si compone di 27 Stati, mentre il Regno Unito è solo. In qualunque contesa, 27 contro 1 produce un risultato che non varia. Tale risultato è davanti agli occhi di tutti: da quando il Regno Unito è diventato il regno disunito, i leader populisti europei hanno smesso di proporre la Brexit come soluzione a tutti i problemi dei loro Paesi. Il vero problema oggi è la Brexit, non più l’Unione Europea. Chi un tempo parlava come Farage, oggi tace. Non per una libera scelta, ma perché Junker gli ha serrato la mandibola nella mano. Nell’arena internazionale, la forza politica non è una bocca che si apre; è una mano che si chiude.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale. 

Apparso sul Messaggero. Per gentile concessione

di Alessandro Orsini

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.