Sudan: lacrimogeni contro manifestanti in diverse città

Pubblicato il 1 aprile 2019 alle 13:12 in Africa Sudan

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Le forze di sicurezza sudanesi hanno lanciato gas lacrimogeni contro le decine di manifestanti che marciavano contro lo stato di emergenza nazionale a Khartoum e nella vicina città di Omdurman, hanno riferito alcuni testimoni domenica 31 marzo. Proteste e scontri mortali scuotono il Sudan da più di tre mesi, alimentati dalle restrizioni alle libertà introdotte dal presidente Omar al-Bashir e dalle accuse secondo cui la cattiva gestione dell’economia avrebbe fatto salire i prezzi del cibo e creato penuria di carburante e valuta estera.

Nella giornata di domenica, un movimento di protesta che marciava alle grida di “libertà, pace e giustizia”, è stato rapidamente affrontato dalla polizia antisommossa con gas lacrimogeni e i manifestanti, radunati nel centro di Omdurman e in un altro distretto della città, sono stati immediatamente dispersi. Proteste si sono svolte anche nel distretto orientale di Burri, a Khartoum, luogo di regolari raduni anti-governativi, e in un mercato ortofrutticolo situato in un’area meridionale della capitale. Secondo quanto riferito da un testimone che ha preferito rimanere anonimo, la polizia antisommossa sarebbe stata dispiegata anche a Burri per frenare le manifestazioni.

In tarda giornata, la polizia sudanese ha dichiarato di aver smantellato alcuni “raduni illegali” a Khartoum e in altre città utilizzando gas lacrimogeni. “Alcuni di quelli che hanno partecipato a questi raduni sono stati arrestati e sono state presentate diverse accuse contro di loro”, ha riferito all’agenzia ufficiale SUNA il portavoce della polizia generale, Hashim Abdelrahim. “Alcuni cittadini e poliziotti sono stati feriti durante le proteste di domenica”, ha aggiunto.

Le manifestazioni sono scoppiate per la prima volta in Sudan il 19 dicembre 2018, nella città centrale di Atbara, dopo la decisione del governo di triplicare il prezzo del pane. Rapidamente si sono trasformate in proteste a livello nazionale per chiedere la fine del governo del presidente Omar al-Bashir, salito al potere con un colpo di stato nel 1989. Dopo una prima ondata di repressioni che però non è riuscita a mettere fine alle manifestazioni, al-Bashir ha imposto uno stato di emergenza per la durata di un anno, che il Parlamento ha successivamente ridotto a sei mesi. Il movimento di protesta, considerato dagli analisti come la più grande sfida alla presidenza di al-Bashir, è stato guidato inizialmente dall’Associazione dei professionisti sudanesi (SPA). Da allora, diversi partiti politici hanno appoggiato la causa della SPA e, insieme, hanno formato un gruppo chiamato “Alleanza per la libertà e il cambiamento”, volto ad allargare ed intensificare le dimostrazioni.

Decine di giornalisti e manifestanti hanno marciato a Khartoum, lunedì 25 marzo, per chiedere la fine delle restrizioni sulla libertà di stampa, la battaglia più dura tra quelle condotte contro il governo del presidente al-Bashir. Tuttavia, il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail, ha rinnegato la natura delle proteste e ha dichiarato che: “Non c’è crisi politica in Sudan, ma solo una crisi economica”. Il mese scorso Bashir ha sciolto il governo centrale, sostituito i governatori degli Stati regionali con funzionari della sicurezza e ampliato i poteri della polizia. Il 26 febbraio, il presidente ha altresì vietato qualsiasi manifestazione o raduno pubblico non autorizzato, dando il permesso alle forze di sicurezza di effettuare raid per verificare che non abbiano luogo “attività sospette”.

Alcuni ufficiali affermano che 31 persone sono morte per violenze connesse alle proteste, ma gli operatori di Human Rights Watch precisano che il bilancio delle vittime arriverebbe a 51, compresi diversi bambini e medici. Molti manifestanti sono stati altresì incarcerati da tribunali speciali istituiti per indagare sulle violazioni dello stato di emergenza. Gli organizzatori delle proteste hanno sollecitato la realizzazione di importanti manifestazioni a livello nazionale il 6 aprile, compresa una marcia sul quartier generale dell’esercito a Khartoum.

Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città. L’ultimo stato d’emergenza nel Paese era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il Parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato le sue intenzioni di ricandidarsi.

Al-Bashir, che governa il Sudan dal 30 giugno 1989, è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, accusa che il leader sudanese ha sempre respinto. I gruppi umanitari, tuttavia, ritengono che, da quando è salito al potere, al-Bashir porta avanti pratiche brutali contro i propri cittadini. Dopo aver concentrato tutto il potere nella capitale Karthoum, le aree circostanti sono state marginalizzate ed è stata attuata una violenta repressione contro i residenti non musulmani, soprattutto nella regione del Darfur e nel Sud del Paese. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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