Burundi: attivisti contro repressione della libertà di stampa

Pubblicato il 30 marzo 2019 alle 11:23 in Africa Burundi

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Il Burundi ha esteso a tempo indeterminato la sospensione dell’emittente Voice of America, mesi dopo aver vietato la trasmissione della BBC, e gli attivisti e le emittenti internazionali sono tornati a esprimersi sulla situazione, descrivendola come una sferzata alla libertà mediatica del Paese.

Il 7 maggio 2018, l’organo di regolamentazione dei media della nazione centroafricana, il Consiglio della Comunicazione nazionale (CNC), aveva revocato la licenza della BBC, accusandola di aver trasmesso un documentario che, a suo dire, mostrava una situazione falsata, e danneggiava la reputazione del Paese. Tale filmato affrontava il teme di detenzioni segrete e siti di tortura presenti sul suolo nazionale. In tale occasione, il Consiglio aveva stabilito anche la chiusura per sei mesi di Voice of America, con la motivazione che il canale stesse usando una frequenza vietata.

Tuttavia, tale sospensione, che avrebbe dovuto essere interrotta con il nuovo anno, è stata invece prolungata a tempo indefinito. Il Paese ha motivato tale decisione accusando l’emittente di aver assunto un reporter che si era schierato contro il governo. Nella medesima giornata di venerdì 29 marzo, l’organo di regolamentazione mediatica nazionale ha inoltre proibito a tutti i giornalisti nel Paese di lavorare per entrambe le emittenti.

In seguito a tale mossa, la BBC ha rilasciato una dichiarazione in cui “condanna fermamente” la “decisione immotivata del governo del Burundi di vietare la BBC e sospendere a tempo indefinito Voice of America”, mossa che “colpisce gravemente la libertà mediatica” dello Stato. Allo stesso modo, si è espressa anche la direttrice di VOA, Amanda Bennett, la quale si è detta allarmata in merito alla situazione, e ha avvertito che queste “continue minacce” ai giornalisti minano la libertà di stampa del Paese. A lanciare l’allarme è stata poi anche la portavoce di Amnesty International, Sarah Jackson, secondo cui “il ritiro della licenza della BBC a operare e la continua sospensione di VOA sono ulteriori, sfacciati sforzi delle autorità burundesi di mettere a tacere i media”.

Il Burundi si attesta in 159ima posizione nella lista dei 180 Paesi segnalati nel World Press Freedom Index 2018, stilata dal gruppo di sostegno Reporters Without Borders. Lo Stato ha sempre respinto l’accusa di impiegare restrizione e censure mediatiche.

Nel mese di maggio scorso, quando le censure erano iniziate in Burundi, tanto gli Stati Uniti quanto le organizzazioni umanitarie e la Chiesa cattolica avevano denunciato le violenze verificatesi nel Paese contro gli oppositori del referendum costituzionale del 17 maggio.  Qualora avesse vinto il Sì, come poi è avvenuto, il presidente, Pierre Nkurunziza, avrebbe continuato a governare il Paese ed estendere il suo mandato fino al 2034. La riforma della costituzione prevedeva l’allungamento del mandato presidenziale da cinque a sette anni e, non avendo valore retroattivo, permette al presidente di ricandidarsi alle prossime elezioni, nel 2020, fino a un massimo di altri due incarichi.

In tale periodo, decine di attivisti, che manifestavano a favore del No, erano stati arrestati già dal gennaio 2018. Secondo quanto riportato Human Rights Watch, le forze di sicurezza governative erano altresì accusate di perpetrare intimidazioni, minacce e arresti nei confronti dei manifestanti. L’ONG aveva spiegato che, prima delle elezioni del luglio 2015, il Burundi godeva di un pieno regime di libertà di stampa. Con le proteste e le repressioni del governo, il clima di tensione aveva poi coinvolto anche il sistema d’informazione. Numerose restrizioni furono poste ai media locali e alcune stazioni furono fisicamente distrutte.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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