Migranti sequestrano e dirottano una nave nel Mediterraneo

Pubblicato il 28 marzo 2019 alle 12:35 in Europa Immigrazione

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Alcuni migranti hanno sequestrato una nave mercantile che li aveva soccorsi nel Mar Mediterraneo e hanno costretto l’equipaggio a portare l’imbarcazione dal mare libico verso l’Europa. I dirottatori sono poi stati arrestati dalle autorità di Malta, al loro arrivo nel porto di Valletta.

Il ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, ha identificato la nave come la petroliera turca El Hiblu 1 e ha dichiarato che l’imbarcazione aveva salvato circa 120 persone prima di essere dirottata. L’accaduto è stato definito come “il primo atto di pirateria dei migranti in mare aperto”. La nuova rotta ha portato la nave prima verso l’isola Lampedusa, poi verso Malta. I governi di entrambi i Paesi hanno intimato all’imbarcazione di tenersi lontana dalle loro acque territoriali. Quando la petroliera ha tentato di entrare nel territorio di Malta, una nave della pattuglia militare maltese ha bloccato l’imbarcazione. Una squadra per le operazioni speciali maltese è stata inviata a bordo, con la funzione di assicurare la nave e fermare i dirottatori. La squadra è stata sostenuta da 2 mezzi veloci, da una motovedetta e da un elicottero. 

“Poveri naufraghi, che dirottano una nave mercantile che li ha salvati perché vogliono deciderne la rotta”, ha commentato il ministro Salvini. Non c’è stato ancora un commento da parte dell’equipaggio della El Hiblu 1 e non si conoscono le attuali condizioni dell’equipaggio. I migranti sono stati salvati quando si trovavano a 6 miglia dalla costa libica. Un’associazione che si occupa del soccorso dei migranti, chiamata Mediterranea, ha chiesto di comprendere il gesto del gruppo di migranti ha fatto appello ai Paesi europei perchè questi agiscano “in nome dei diritti fondamentali, ricordando che abbiamo a che fare con gli esseri umani che cercano di fuggire dall’inferno”. Il totale dei migranti nel Mediterraneo ha raggiunto il suo picco durante il 2015, quando contava oltre un milione di persone. Gli arrivi in mare sono scesi a 141.500 nel 2018, sempre secondo le Nazioni Unite. 

Da quando Matteo Salvini è alla guida del Ministero dell’Interno, cioè dal primo giugno scorso, oltre ad aver chiuso i porti italiani alle imbarcazioni delle ong e delle missioni europee, ha dichiarato di volere un cambio del piano operativo sui porti di sbarco della missione Sophia, affinché l’Italia non sia più il principale porto di sbarco d’Europa. Roma ha chiesto agli altri Paesi europei di aprire i propri porti, ma nessun altro stato dell’UE si è fatto avanti. Al contrario, Paesi come Spagna, Francia e Germania hanno dichiarato di non essere disposti a ospitare ulteriori migranti, la maggior parte delle quali fuggono da situazioni di guerra o estrema povertà in Africa e nel Medio Oriente. 

A seguito della chiusura dei porti italiani, che non accettano più le navi dei migranti, è stato negoziato un nuovo accordo sull’operazione Sophia dell’Unione Europea. Il mandato dell’operazione sarebbe dovuto scadere questo mese, ma sono stati accordati altri sei mesi di attività, mantenendo lo stesso obiettivo di scoraggiare i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, ma con strumenti diversi. Il nuovo accordo non prevede più l’utilizzo di navi, ma farà affidamento su una serie di pattuglie aeree e un più stretto coordinamento con la Libia, secondo quanto hanno riferito alcuni diplomatici europei. “È imbarazzante, ma questa era l’unica via da intraprendere, vista la posizione dell’Italia, perché nessuno voleva che la missione di Sophia fosse completamente chiusa”, ha dichiarato uno dei diplomatici. 

 Il nuovo accordo prevede, inoltre, un maggior addestramento della guardia costiera libica. Infatti, la mancanza di controlli nelle acque territoriali libiche permette ai contrabbandieri di operare liberamente.  I migranti e i rifugiati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica vengono riportati sistematicamente nei centri di detenzioni libici, i quali dovrebbero essere gestiti dal Ministero dell’Interno di Tripoli. In realtà, la maggior parte di tali strutture è in mano ai gruppi armati, i quali non tutelano in alcun modo gli stranieri. Le condizioni in cui sono detenute queste persone sono inumane. Il 26 febbraio 2018, Al-Jazeera English ha diffuso la storia di 30 migranti, tra cui alcuni bambini, che sono stati rinchiusi in una cella sotterranea per più di un anno, all’interno del centro di detenzione di Triq al Sikka, a Tripoli. Qui, le 30 persone sono state torturate a seguito di un tentativo di fuga dovuto alle condizioni precarie in cui si ritrovavano a vivere. 

Consulta l’archivio sull’immigrazione di Sicurezza Internazionale, dove troverai centinaia di articoli in ordine cronologico.

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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