Sudan: continuano manifestazioni contro Bashir e arresti

Pubblicato il 26 marzo 2019 alle 13:10 in Africa Sudan

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Sei manifestanti sono stati arrestati e condannati in Sudan, nella città di Omdurman, con l’accusa di “aver causato disordini”. La sentenza, emessa da un tribunale di emergenza lunedì 25 marzo, stabilisce una pena di 6 mesi e una multa pari a 1.500 sterline sudanesi (13 dollari) per ciascuno dei suddetti detenuti. Attualmente, il Paese si trova in uno stato di emergenza ed è impegnato a reprimere le proteste anti-governative iniziate alla fine dello scorso anno. Secondo la cosiddetta Rete dei Giornalisti sudanesi, da quando sono cominciate le manifestazioni, ovvero da dicembre 2018, almeno 90 giornalisti sono stati arrestati. La maggior parte, tuttavia, secondo quanto dichiarato dal gruppo, sarebbe poi stata rilasciata.

Nel frattempo, decine di giornalisti e manifestanti hanno marciato a Khartoum lunedì 25 marzo per chiedere la fine delle restrizioni sulla libertà di stampa, la battaglia più dura tra quelle condotte contro il governo del presidente sudanese Omar al-Bashir, al potere dal 1989 con un colpo di stato. Le proteste continuano ininterrotte dal 19 dicembre. Inizialmente, erano state innescate dagli aumenti dei prezzi e dalla carenza di liquidità, ma, in seguito, si sono evolute in grandi manifestazioni contro Bashir e il suo “Partito del Congresso Nazionale”. Gli attivisti in marcia ieri portavano un grande striscione con la scritta “Stampa libera o senza stampa” (Free Press or No Press) e, camminando lungo una delle strade principali di Khartoum, capitale del Paese, urlavano “il giornalismo è la voce del popolo” e “la rivoluzione è la scelta del popolo”.

Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) afferma che il numero di arresti è senza precedenti, ma che è impossibile dare una cifra esatta perché molti giornalisti sono stati arrestati e poi liberati, spesso anche più di una volta. Il CPJ ha altresì riferito che le autorità sudanesi hanno cercato di censurare la diffusione delle notizie relative alle proteste e che hanno bloccato l’accesso a diverse piattaforme di social media.

Othman Mirghani, caporedattore del quotidiano indipendente al-Tayar e uno dei più eminenti giornalisti del Sudan, è stato arrestato nel suo ufficio di Khartoum il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui Bashir ha dichiarato lo stato di emergenza, ha rivelato la sua famiglia. L’uomo sarebbe stato catturato poco dopo un’intervista televisiva in cui criticava l’annuncio sullo stato di emergenza appena rilasciato dal presidente. I parenti hanno affermato che al momento Mirghani si trova in custodia, ma non è stato ancora accusato.

Il Ministero dell’Informazione sudanese ha riferito a Reuters che lo stato della libertà di stampa in Sudan risulta buono: “I giornali dei partiti di opposizione sono tranquillamente diffusi a Khartoum e la libertà di manifestare è garantita dalla Costituzione”, ha dichiarato il ministro dell’Informazione, Hassan Ismail. “Non c’è crisi politica in Sudan, ma solo una crisi economica”, ha aggiunto. Il ministro ha inoltre riferito che richiederà informazioni sulle ragioni dell’arresto di Mirghani e che incontrerà il direttore del Servizio di sicurezza e intelligence nazionale per discutere del giornalista e di altre questioni.

Il mese scorso Bashir ha sciolto il governo centrale, sostituito i governatori degli Stati regionali con funzionari della sicurezza e ampliato i poteri della polizia. Il 26 febbraio, Bashir ha altresì vietato qualsiasi manifestazione o raduno pubblico non autorizzato, dando il permesso alle forze di sicurezza di effettuare raid per verificare che non abbiano luogo “attività sospette”.

Il Paese africano sta vivendo un’acuta crisi dei cambi e di inflazione crescente, nonostante la sospensione delle sanzioni economiche effettuata dagli Stati Uniti nell’ottobre 2017. Ad oggi, l’inflazione si aggira intorno al 70% e il pound sudanese ha perso molto valore, comportando carenza di pane e di carburante nella maggior parte delle città.L’ultimo stato d’emergenza nel Paese era stato dichiarato nel 1999. In un discorso andato in onda sulla televisione statale, Bashir ha altresì esortato tutti i rivali politici a unirsi a lui sul “cammino di riconciliazione nazionale” attraverso l’avviamento di un dialogo, e ha informato il Parlamento di voler posporre gli emendamenti costituzionali che gli permetterebbero di concorrere per un altro mandato nel 2020, nonostante non abbia esplicitamente annunciato le sue intenzioni di ricandidarsi.

Al-Bashir, che governa il Sudan dal 30 giugno 1989, è indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur, accusa che il leader sudanese ha sempre respinto. I gruppi umanitari, tuttavia, ritengono che, da quando è salito al potere, al-Bashir porta avanti pratiche brutali contro i propri cittadini. Dopo aver concentrato tutto il potere nella capitale Karthoum, le aree circostanti sono state marginalizzate ed è stata attuata una violenta repressione contro i residenti non musulmani, soprattutto nella regione del Darfur e nel Sud del Paese. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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