Italia – Cina: Roma potrebbe unirsi alla Belt & Road Initiative

Pubblicato il 8 marzo 2019 alle 12:46 in Cina Italia

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L’Italia potrebbe appoggiare formalmente la Nuova via della seta cinese, la cosiddetta Belt & Road Initiative, diventando la più grande economia a supportare il progetto di infrastrutture globali cinese, fiore all’occhiello della politica del presidente Xi Jinping.

Secondo diverse fonti, il governo italiano potrebbe firmare un memorandum d’intesa nelle prossime settimane, con la speranza di attirare maggiori investimenti cinesi nella propria economia in difficoltà. Se firmasse l’accordo con Pechino, l’Italia diventerebbe il primo membro del gruppo G7 delle economie avanzate a sostenere ufficialmente l’iniziativa, con Stati Uniti, Giappone e Regno Unito che, al contrario, sono riluttanti ad unirsi.

Michele Geraci, funzionario del Ministero dello Sviluppo economico italiano, ha dichiarato al Financial Times che c’è la speranza che il patto venga concluso prima della visita del presidente cinese in Italia, prevista nel mese di marzo. Il leader cinese dovrebbe raggiungere il nostro Paese alla fine del mese, prima di dirigersi in Francia e poi negli Stati Uniti, dove incontrerà il presidente Donald Trump, proprio mentre i due Stati tentano di concludere un accordo sulle tariffe. “Vogliamo essere sicuri che i prodotti Made in Italy possano avere più successo in termini di volume di esportazioni in Cina, che è il mercato in più rapida crescita al mondo”, ha spiegato Geraci.

L’annuncio è arrivato nel bel messo di una crescente opposizione internazionale nei confronti delle ambizioni globali di Pechino, tra cui la messa al bando del gigante tecnologico cinese Huawei e la guerra commerciale con gli Stati Uniti, in corso ormai da 8 mesi. Durante tale periodo, Washington ha imposto dazi punitivi su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi, mentre Pechino ha risposto con tariffe per 110 miliardi di dollari di beni statunitensi, tra cui soia e altre materie prime. Queste misure hanno contribuito ad agitare i mercati finanziari, ad interrompere le catene di approvvigionamento manifatturiero e a ridurre le esportazioni di aziende agricole statunitensi.

La Belt & Road Initiative è un colossale progetto commerciale e infrastrutturale, lanciato da Xi Jinping nel 2013, che mira a collegare la Cina all’Europa, all’Africa e all’Asia attraverso una serie di nuovi porti, ferrovie e strade finanziati da Pechino, lungo i corridoi di commercio terrestre e marittimo. L’India, potenza economica vicina alla Cina, non è favorevole all’iniziativa, mentre altri partner regionali, come il Pakistan, si sono uniti entusiasticamente, insieme a molti di altri Paesi.

I critici del progetto, in particolare gli Stati Uniti, ritengono che l’iniziativa imponga ingenti debiti ai Paesi in via di sviluppo, e per di più con scarsi benefici economici. Secondo alcune indiscrezioni, la Cina starebbe usando il progetto per estendere la propria presenza militare e politica oltreoceano. In Africa, la mano cinese si sta facendo sempre più evidente dal 2009, anno in cui Pechino è divenuto il principale partner commerciale del continente africano. Sono molte le aziende e quasi un milione i lavoratori cinesi che sono immigrati in Africa e, inoltre, la Cina ha già finanziato molti grandi progetti infrastrutturali in diversi Paesi africani, come ferrovie, costruzione di porti, strade, moli e reti di telecomunicazione.

L’annuncio della partecipazione dell’Italia costituisce una buona notizia per Pechino, in quanto avviene in un momento in cui alcuni Stati già membri della Belt & Road Initiative, come la Malesia, hanno iniziato a mettere in discussione i benefici dei suoi progetti. La decisione italiana coincide altresì con il dibattito in corso in Europa sul ruolo che la società tecnologica cinese Huawei dovrebbe svolgere nel lancio di nuove reti 5G superveloci. I governi europei, tra cui Regno Unito e Germania, stanno valutando se bloccare gli operatori di telefonia mobile dall’utilizzo della tecnologia Huawei.

Come piega Ferdinando Giugliano, editorialista di Bloomerang, il rapporto commerciale tra Italia e Cina risale al XIII secolo, epoca in cui Marco Polo, mercante ed esploratore veneziano, divenne il primo europeo a lasciare una cronaca dettagliata della sua esperienza in Estremo Oriente. Per secoli, tessuti preziosi hanno viaggiato sulla Via della seta dalla Cina alle città italiane di Venezia e Lucca, dove venivano trasformati in capi di lusso.

Alla luce di tale fatto, continua Giugliano, dal punto di vista storico, il fatto che l’Italia possa diventare la prima economia occidentale a entrare a far parte del progetto Belt & Road non è del tutto sorprendente. Tuttavia, la firma di un memorandum di Intesa con Pechino per la fine del mese rappresenta una rottura significativa tra Roma e i suoi alleati tradizionali, primi tra tutti gli Stati Uniti. Nello specifico, secondo l’editorialista, la cosa più rimarchevole è la svolta verso l’Asia del governo Conte, formato da forze populiste, quali la Lega e il Movimento 5 Stelle.

Tali partiti dovrebbero essere fautori di un’amministrazione “Italy First”, scettica nei confronti della globalizzazione, del libero commercio e degli investitori stranieri. Per anni, la Lega stessa si è levata contro la decisione di far entrare la Cina all’interno della World Trade Organization, sostenendo che ciò avrebbe accresciuto la competizione per molte industrie italiane importanti. Giugliano nota che, ora che è al governo, invece, il partito del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sta aprendo le porte dell’Italia alla Cina.

Nonostante anche le precedenti amministrazioni abbiano cercato di aumentare gli affari con Pechino, il cambiamento netto di rotta del governo Conte è un fatto notevole. Tuttavia, ad ora, non è ancora chiaro fino a dove si spingerà il memorandum di intesa con la Cina. Il Ministero degli Esteri italiano vuole assicurarsi che il documento sia conforme agli orientamenti e alla strategia dell’Unione Europea per placare le critiche dei partner europei.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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