Il Venezuela come la Siria, Maduro come Assad

Pubblicato il 28 gennaio 2019 alle 10:21 in Il commento Venezuela

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Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Alessandro Orsini. Fonte: LUISS.

Il Venezuela è sconvolto da una terribile crisi interna che impone grandi sofferenze alla popolazione. Chi può scappa. I venezuelani in fuga verso il Costa Rica sono aumentati del 40% negli ultimi tre anni. Per non parlare dei pericoli esterni. Donald Trump aveva addirittura ipotizzato di invadere il Paese per deporre il presidente, Nicolàs Maduro, con la forza. Non è un problema di rapporti personali, ma di relazioni internazionali. Il Venezuela è uno dei Paesi nemici degli Stati Uniti e amici della Russia. Questo aiuta a comprendere ciò che Trump intende fare in Venezuela, che corrisponde a ciò che, in Siria, ha fatto Barack Obama e cioè alimentare la guerra civile dall’esterno per rovesciare Bassar al Assad e sostituirlo con un presidente filo-americano. Vladimir Putin, vero signore della Siria, ha sollevato il braccio di Obama e gliel’ha torto dietro la schiena. Il finale è noto: Assad è rimasto al proprio posto, grazie all’intervento dei soldati russi, inviati in sua difesa il 30 settembre 2015. Preso atto della sconfitta, Trump ha annunciato il ritiro dei soldati americani dalla Siria, ma non ha chiuso la contesa, che ha semplicemente spostato dal Medio Oriente all’America latina, con il medesimo obiettivo: avanzare a spese della Russia. Il Venezuela è infatti in ottimi rapporti con il Cremlino, il suo più grande protettore in quella giungla di belve feroci che è l’arena internazionale. Con un elemento di ulteriore sfortuna per Maduro, che accresce la determinazione di Trump a colpire duro: Maduro non è legato soltanto a Putin, ma anche a Xi Jinping, il presidente della Cina. Dal 2007 al 2014, la Cina ha prestato 63 miliardi di dollari al Venezuela, il 53% di quanto ha prestato complessivamente a tutti i governi dell’America latina, che sono venti. E siccome gli americani – tanto i democratici quanto i repubblicani – sono letteralmente atterriti dall’ascesa della Cina, reputano che questo sia il momento giusto per impossessarsi di un pezzo d’America latina, peraltro incistato tra Stati filo-americani. Il Venezuela confina infatti con la Colombia a ovest, con la Guyana a est e con il Brasile a sud, il cui nuovo presidente, Jair Bolsonaro, ha appena dichiarato di essere un “ammiratore” di Trump. Cambiano i continenti, ma non la dinamica politica: come Obama ha cercato di rovesciare Assad, Trump vuole rovesciare Maduro; come Putin ha resistito in Siria, intende resistere in Venezuela. Gli studiosi chiamano la strategia americana in Siria e in Venezuela “regime change”, ovvero cambio di regime, a cui Linsdey O’Rourke ha appena dedicato un libro bellissimo intitolato “Covert Regime Change” (Cornell University Press), non tradotto in italiano. La strategia è semplice: fare leva sulle rivolte interne, oppure fomentarle, per rovesciare un governo nemico e sostituirlo con uno amico. L’occasione per favorire un cambio di regime si è presentata a Trump su un piatto d’argento: Juan Guaidò, presidente del parlamento venezuelano, si è autoproclamato presidente al posto di Maduro, ottenendo il riconoscimento immediato della Casa Bianca. I venezuelani, nonostante le numerose differenze, si trovano coinvolti nella stessa dinamica politica che ha sconvolto la Siria. In quel martoriato Paese, nacquero due blocchi. Il primo, contro Assad, era formato da Stati Uniti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Il secondo, in favore di Assad, era composto da Russia, Iran e milizie sciite di Hezbollah, a cui si aggiunse l’appoggio della Cina. Anche in Venezuela si sono creati due blocchi. Da una parte, Stati Uniti, Spagna, Ecuador, Costa Rica, Argentina e Colombia, che si battono in favore di Guaidò; dall’altra, Russia, Cina, Turchia, Messico e Uruguay, che difendono Maduro. L’Unione Europea inizia a prendere lentamente posizione. Spagna, Francia e Germania chiedono a Maduro elezioni immediate, altrimenti, così dicono, riconosceranno Guaidò. Sarà una dura contesa. Putin e Xi Jinping sono compatti nel consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove possono paralizzare qualunque decisione della comunità internazionale grazie al potere di veto, a  cui hanno fatto ricorso molte volte, sempre in funzione anti-americana, nelle crisi con la Corea del Nord e con la Siria.Il governo di Giuseppe Conte esita, mentre Enzo Moavero Milanesi, ministro degli esteri, prende tempo. Fa bene: è mai stato saggio correre su un precipizio pieno di sciabole sguainate?

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Articolo apparso sul Messaggero nella rubrica Atlante di Alessandro Orsini. Per gentile concessione del direttore 

di Alessandro Orsini

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