Siria: bombe ad Afrin e a Damasco, almeno 3 morti

Pubblicato il 20 gennaio 2019 alle 12:10 in Siria Turchia

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L’esplosione di una bomba ad Afrin, nella Siria nord-occidentale, ha causato la morte di 3 civili e il ferimento di altri 20 su un autobus pubblico; un ordigno è esploso anche a sud di Damasco, non causando vittime.

L’esplosione della bomba nelle periferie meridionali della capitale siriana, Damasco, non ha causato vittime; una persona è stata arrestata in connessione con il tentativo di attentato. La seconda detonazione è invece avvenuta ad Afrin, sempre di domenica 20 gennaio 2019, ossia durante il primo anniversario dell’operazione turca Ramo d’Olivo. Secondo l’agenzia di stampa statale turca Anadolu, gli ordigni sarebbero stati due, uno esploso nel centro di Afrin, su un mezzo pubblico, e il secondo dentro un bidone dell’immondizia. L’attentato non è ancora stato rivendicato da alcun gruppo terroristico. L’attacco fa seguito a un’altra esplosione che aveva causato la morte di due civili che lavoravano per l’esercito americano. Tale attentato era stato rivendicato dall’Isis ed era avvenuto mercoledì 16 gennaio a Manbij, cittadina settentrionale della Siria controllata da un gruppo di milizie alleate alle forze curde delle People’s Protection Units (YPG), le quali sono sostenute a loro volta dalle forze statunitensi, che hanno ufficialmente iniziato la ritirata, l’11 gennaio, dopo l’annuncio del presidente Donald Trump, del 19 dicembre 2018. Tale decisione ha spinto i leader curdi a fare appello alla Russia e agli altri alleati di Damasco affinché inviino forze militari lungo il confine per proteggere preventivamente le YPG dalla minaccia di un’offensiva delle truppe governative turche.

Il 15 gennaio, in seguito ad un colloquio telefonico con il presidente Trump, avvenuto il giorno precedente, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva annunciato che Ankara avrebbe stabilito una “zona di sicurezza” nel Nord della Siria. La Turchia aveva accolto positivamente la decisione di Trump di ritirare le 2mila truppe statunitensi presenti in Siria, anche se il rapporto con gli USA è tuttora caratterizzato da tensioni in relazione all’appoggio americano alle People’s Protection Units (YPG), parte delle Syrian Democratic Forces (SDF), che hanno avuto un ruolo chiave nella lotta contro l’Isis. Ankara, al contrario, considera le YPG un’organizzazione terroristica al pari del PKK, e mira ad evitare che i curdi siriani riescano ad esercitare il controllo su un territorio vicino al confine con la Turchia, al fine di impedire che i curdi turchi rivendichino a loro volta un territorio.

La Turchia ha a lungo condannato il sostegno prestato da Washington, diplomaticamente e sul terreno, ai militanti curdi siriani. Mercoledì 9 gennaio, Cavusoglu aveva sentenziato che gli Stati Uniti stanno facendo difficoltà a separarsi dalle milizie curde con cui si erano alleati per sconfiggere l’Isis, commentando: “È difficile rompere i rapporti con un’organizzazione terroristica dopo che si è stati coinvolti con essa a un livello simile”.

Il 20 gennaio 2018, Ankara aveva annunciato l’avvio dell’operazione “Ramo d’Olivo”, una campagna militare contro il distretto di Afrin, situato nel nord della Siria, al confine con la Turchia. Tale offensiva era mirata, secondo quanto dichiarato dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, a combattere i “terroristi” che si trovano nel territorio e a creare una zona sicura della profondità di 30 km al confine tra i due Paesi.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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