L’Esercito siriano entra a Manbij

Pubblicato il 28 dicembre 2018 alle 13:02 in Medio Oriente Siria

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’esercito siriano è entrato a Manbij, città chiave del Nord della Siria, a 30km dal confine con la Turchia, per la prima volta in oltre sei anni. È quanto ha dichiarato un portavoce venerdì 28 dicembre in diretta televisiva. L’ingresso dei soldati siriani a Manbij è avvenuto su richiesta dei curdi che, dopo l’annuncio da parte del presidente Donald Trump in merito al ritiro delle truppe USA dalla Siria, hanno chiesto appoggio al regime siriano per contrastare le offensive turche.

Il portavoce dell’esercito siriano ha riferito che la bandiera della Siria è stata nuovamente issata a Manbij. Sono state le People’s Protection Units (YPG), la principale milizia curda delle Syrian Democratic Forces (SDF), ad aver inoltrato la richiesta a Damasco dopo aver appreso la notizia del ritiro statunitense. “Invitiamo le forze governative, alle quali apparteniamo, a prendere il controllo dell’area da cui noi ci siano ritirati, in particolare Mabij, e di proteggerla dall’invasione turca”, si legge nella dichiarazione delle YPG.

Manbij è stata uno dei punti di tensione tra la Turchia e gli Stati Uniti. A giugno, i due alleati NATO avevano raggiunto un accordo che prevedeva la rimozione delle YPG dalla città, ma Ankara si era lamentata del fatto che il piano d’azione era stato ritardato e che le forze turche sarebbero entrate nel centro urbano, se gli Stati Uniti non avessero rimosso i militanti curdi. Le YPG sono state uno dei principali alleati statunitensi nella lotta contro lo Stato Islamico, ma Ankara le considera un gruppo terroristico al pari del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il 12 dicembre, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha annunciato il lancio di una nuova operazione militare ad Est dell’Eufrate, nel Nord della Siria, per eliminare definitivamente i terroristi curdi che minacciano la Turchia. L’obiettivo di Ankara è evitare che i curdi siriano riescano ad esercitare il controllo su un territorio vicino al confine con la Turchia, al fine di impedire che i curdi turchi rivendichino a loro volta un territorio.

Per tali ragioni, dal 2016, la Turchia ha effettuato le operazioni “Scudo dell’Eufrate” e “Ramo d’Olivo” contro le forze curde in Siria. L’operazione “Scudo dell’Eufrate” è stata lanciata dalla Turchia il 24 agosto 2016, con l’obiettivo di mettere in sicurezza il confine turco-siriano dalla minaccia dell’ISIS e a frenare l’espansione dei curdi delle YPG e dei militanti dello Stato Islamico ad Est di Afrin. In seguito alla conclusione di tale operazione, il 30 marzo 2017, Ankara ha istituito sistemi locali di governance nel territorio da essa controllato e protetto.

Una dinamica analoga si è verificata nella regione siriana di Afrin, dove, il 20 gennaio, la Turchia ha lanciato l’operazione “Ramo d’Olivo”, una campagna militare finalizzata a sottrarre il controllo del distretto alle forze curde, per imporvi quello turco. L’obiettivo di Ankara, in particolare, era quello di liberare l’area dal terrorismo e di creare una zona cuscinetto dell’estensione di 30 chilometri al confine tra Siria e Turchia. L’esercito turco ha raggiunto il suo obiettivo il 18 marzo, quando ha preso il controllo della città, sottraendola alle forze curde.

Il governo di Assad ha accolto positivamente la richiesta dei curdi, ma ha sottolineato che non considererà mai l’area intorno a Mabij una regione autonoma. Anche la Russia ha accolto positivamente l’accaduto, con il portavoce del Cremlinko, Dmitry Peskov, che ha dichiarato: “Certamente quanto accaduto aiuterà a stabilizzare la situazione. L’allargamento del territorio sotto il controllo delle forze governative è senza dubbio uno sviluppo positivo”.

La decisione ufficiale di richiamare le truppe statunitensi è stata annunciata ufficialmente il 19 dicembre, quando il leader della Casa Bianca ha dichiarato che i 2.000 soldati americani stanziati in Siria sarebbero tornati in patria, poiché la guerra contro l’ISIS è terminata. Tale decisione ha comportato scompiglio in seno all’amministrazione americana.

Il 20 dicembre, subito dopo l’annuncio di Trump, il segretario della Diesa, James Mattis, si è dimesso a causa della differenza di vedute su diverse questioni, prime tra tutte la Siria. Nella lettera di dimissioni Mattis ha scritto che “il presidente merita che al vertice del Pentagono ci sia qualcuno maggiormente allineato alle sue posizioni”. Il 21 dicembre, anche l’inviato statunitense alla guida della coalizione internazionale per la lotta contro l’ISIS, Brett McGurk, ha rassegnato le dimissioni. Come Mattis, nella sua lettera di dimissioni McGurk ha dichiarato che i militanti dello Stato Islamico sono in fuga, ma non sono ancora stati sconfitti, al contrario di quanto sostenuto da Trump. Inoltre, secondo l’inviato, la prematura ritirata delle forze statunitensi dalla Siria creerà le condizioni adatte per una rinascita del gruppo terroristico.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Sofia Cecinini

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.