Onu: lavori per il ritorno dei Rohingya in Myanmar boicottati da Russia e Cina

Pubblicato il 18 dicembre 2018 alle 17:26 in Asia Myanmar

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Il Consiglio di sicurezza dell’Onu sta valutando di attuare una risoluzione che spinga il Myanmar a lavorare con le Nazioni Unite per affrontare la crisi dei rifugiati Rohingya.

La Cina e la Russia, tuttavia, hanno finora boicottato i colloqui per la stesura della risoluzione che, secondo l’agenzia Reuters, è fortemente voluta dal Regno Unito. La bozza di risoluzione mira a stabilire un calendario per il Paese asiatico che consenta il ritorno dei rifugiati Rohingya dal vicino Bangladesh. Secondo i funzionari diplomatici, che hanno voluto mantenere l’anonimato, l’Onu, attraverso questo documento, vorrebbe richiamare alla responsabilità il Myanmar sulla questione dei Rohingya.

La minoranza musulmana non è stata mai riconosciuta ufficialmente dallo Stato, dove è stata vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze hanno subito un’escalation nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati a delle stazioni di polizia da alcuni militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh.  L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono stati ritenuti responsabili di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano pulizia etnica. Le autorità dello Stato hanno rigettato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo.

Le fonti diplomatiche hanno riportato che la risoluzione in questione include l’avvertimento di potenziali provvedimenti del Consiglio di Sicurezza, anche sotto forma di sanzioni, se i progressi compiuti non verranno ritenuti adeguati.  Inoltre, il testo introduce un sistema di controllo per il quale funzionari delle Nazioni Unite dovranno riferire regolarmente sulla situazione al Consiglio.

Non è tuttavia chiaro se o quando la bozza di risoluzione potrà essere sottoposta a votazione.

Il testo, per essere approvato, ha bisogno di 9 voti favorevoli e nessun veto da parte di cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza, quali Russia, Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Francia. L’ambasciatore russo all’Onu, Vassily Nebenzia, ha riferito a Reuters che la risoluzione gli sembra “inappropriata, inopportuna e inutile”. L’ambasciatore cinese al Palazzo di vetro, Ma Zhaoxu, si è rifiutato di commentare la notizia, come anche il rappresentante del Myanmar alle Nazioni Uniti, Hau Do Suan, che non ha espresso pareri.

La bozza è stata distribuita tra i 15 membri del Consiglio alla fine di novembre e le fonti hanno riferito che, da allora, ci sono state diverse discussioni sul testo. A quanto riportato, la Cina e la Russia hanno partecipato all’incontro iniziale, per poi non prendere parte ad ulteriori colloqui.

La risoluzione, se votata dalla maggioranza dei due terzi compresi i 5 Stati con potere di veto, inciterebbe il Myanmar ad attuare il memorandum d’intesa che il governo birmano ha firmato a giugno 2018 con l’Agenzia Onu per lo Sviluppo (UNDP) e con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Il Paese sarebbe invitato ad attuare anche le raccomandazioni formulate dalla Commissione consultiva di Rakhine, guidata dall’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan.

Nel testo non è incluso, tuttavia, il rinvio della situazione nel Paese asiatico alla Corte penale internazionale, secondo le fonti.

Il 24 ottobre 2018, la Cina, appoggiata dalla Russia, non è riuscita ad interrompere un briefing del Consiglio di Sicurezza da parte del presidente della UN Fact-Finding Mission in Myanmar, Marzuki Darusman, che ha presentato un rapporto secondo il quale il genocidio dei Rohingya è ancora in corso. Darusman ha richiesto che il caso venisse portato al più presto di fronte ad un tribunale internazionale.

Un programma di rimpatrio volontario dei profughi Rohingya, sotto forma di accordo stipulato tra il Bangladesh e il Myanmar, era stato già stipulato a gennaio 2018. Il patto è stato denigrato dalle agenzie dell’ONU, che non ritengono ancora sicuro per la minoranza ritornare nel Paese d’origine poiché mancano garanzie di standard di vita e di protezione, ed anche dai Rohingya stessi. Il programma di rimpatrio doveva partire a metà novembre 2018, ma poiché nessun profugo ha accettato di tornare in Myanmar, il Bangladesh ha deciso di posticipare la prima tornata di rimpatri nel 2019, dopo le elezioni nazionali.

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di Redazione

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