Passato e futuro dell’Oman: l’intermediario del Golfo

Pubblicato il 16 novembre 2018 alle 20:20 in Medio Oriente Oman

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Per decenni l’Oman ha mantenuto un fragile equilibrio diplomatico, rapportandosi con l’Arabia Saudita, con l’Iran e con  il resto dei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) senza prendere parte ai violenti scontri regionali. Oggi, però, la neutralità dell’Oman è stata messa in discussione. 

Secondo il quotidiano The New Arab, la reputazione neutrale dell’Oman è a rischio a causa dell’aggressività degli attori regionali e internazionali nell’area, specialmente dell’amministrazione Trump, dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti. Il problema centrale sono i rapporti del Paese con l’Iran sciita, non più tollerabili dai vicini regionali sunniti che tentano il dominio nella regione. Il Sultanato dell’Oman è stato spesso descritto come “intermediario” o “oasi di pace e stabilità” a causa della sua neutralità e del suo ruolo di mediatore nelle contese regionali e nazionali. Tuttavia, la tradizionale posizione dell’Oman potrebbe essere compromessa dalle crescenti tensioni geopolitiche della stessa regione. 

La crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Qatar e la decisione del presidente americano Donald Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano hanno innescato cambiamenti impressionanti nella penisola arabica. Il cambiamento nelle dinamiche regionali potrebbe spingere l’Oman a riconsiderare la sua strategia ed in particolare i suoi rapporti con i vicini del CCG, i cui recenti comportamenti hanno messo a repentaglio la stabilità della regione. A differenza del Kuwait, che è rimasto politicamente ed economicamente neutrale, l’Oman ha mantenuto solo una neutralità politica. Il Paese, infatti, ha aumentato significativamente gli scambi con il Qatar, nonostante l’embargo regionale imposto dall’Arabia Saudita. La decisione dell’Oman di non aderire alla politica lanciata da Riad è stata interpretata come un segno di sostegno al Qatar. Tale comportamento ha apertamente sfidato la pressione saudita nei confronti degli stati più piccoli della regione ad allinearsi alla decisione saudita, tagliando i legami con Iran e Qatar.

Le tensioni tra i membri del CCG sono aumentate, inoltre, dopo che l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo bilaterale denominato “Strategia della Risoluzione”, che di fatto prevede la stipula di patti militari ed economici tra i due più forti stati della regione. Tale accordo è stato discusso e finalizzato al di fuori del quadro del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Dal punto di vista dell’Oman, la condotta saudita e degli Emirati in Medio Oriente è stata troppo impulsiva, sfacciata e aggressiva con implicazioni negative per la sicurezza e l’autonomia dell’Oman come stato indipendente. Il declino dell’importanza del CCG, che avrà certamente conseguenze a lungo termine per i suoi membri, crea la questione dell’ulteriore persistenza dell’Oman nell’organizzazione. L’Oman rimane uno di quei Paese il cui interessi economici e geopolitici sono stati largamente tutelati all’interno del Consiglio. Oggi, però, il sultanato deve essere parte di un CCG funzionante, soprattutto ora che la posizione finanziaria del Paese è vulnerabile.

I rating internazionali dell’Oman, nonostante i recenti recuperi dei prezzi del petrolio, sono stati declassati allo standard “spazzatura” da Standard & Poor nel 2017, e il Paese sta affrontando seri problemi a pareggiare il bilancio statale. “Lasciare il CCG sembra un’azione avventata che l’Oman difficilmente potrebbe prendere o, addirittura, contemplare”, ha dichiarato il dott. Jeffrey Lefebvre, professore associato di scienze politiche presso l’Università del Connecticut.”Si dovrebbe tenere a mente che l’Oman ha avuto la tendenza ad intraprendere azioni positive piuttosto che negative in politica estera”. L’Oman, inoltre, ha adottato politiche in passato impensabili per gli altri stati del Golfo Arabo. Ad esempio, ha sostenuto il trattato di pace dell’Egitto con Israele nel 1979 e ha aderito alla Dottrina Cartera favore dell’intervento militare statunitense nel Golfo Persico, nel 1980. Muscat, la capitale dell’Oman, ha sostenuto queste politiche durante gli anni ’80, anche dopo l’adesione al Consiglio del Golfo, dove altri membri dell’organizzazione si sono opposti o hanno rifiutato di approvare tali politiche pubblicamente.

A giugno, ad esempio, una serie degli Emirati ha ritratto una figura storica dell’Oman come una propria icona, e l’anno scorso le autorità degli Emirati hanno presentato una mappa al nuovo Museo del Louvre di Abu Dhabi che comprendeva la provincia dell’Oman di Musandam, all’interno del proprio confine. I funzionari dell’Oman, in diverse occasioni, hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alle ambizioni regionali degli Emirati, la cui crescente attività in tutta la regione li fa sentire sempre più minacciati. Se l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti escono dal CCG, l’organizzazione effettivamente cessa di esistere come istituzione significativa e funzionale. A quel punto, l’Oman ha ancora l’opzione di rilanciare la cooperazione con gli stati al di fuori del Golfo Persico, nella regione dell’Oceano Indiano. L’India potrebbe essere un partner importante per il Paese, secondo il quotidiano The New Arab, poiché in Oman è presente una numerosa enclave indiana ben integrata nella società dell’Oman.

 

Oltre alle sfide diplomatiche e di sicurezza esterna, il futuro dell’Oman è ancora più incerto a causa di gravi problemi di salute del sovrano anziano dell’Oman, il sultano Qaboos bin Said, che è affetto da un cancro terminale. Qaboos ha plasmato la politica estera del Paese per quattro decenni, durante i quali tutte le decisioni fondamentali sono state prese da lui. Molti si chiedono se il futuro sovrano continuerà l’attuale politica estera indipendente e come il Paese risponderà alle numerose sfide regionali e interne. Alcuni analisti temono che i sauditi o gli Emirati possano interferire con il processo di successione in Oman, nel tentativo di riportare in Paese in linea e sotto la loro sovranità. Tali studiosi ricordano il caso dello sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, in Qatar, quando l’Arabia Saudita ha cercato di fare pression sul giovane leader del Qatar, per portarlo sotto la sfera di influenza di Riad. Tuttavia, il “trattamento Qatar” dell’Oman non sembra probabile. Infatti, la geografia del Qatar ha reso Doha in qualche modo vulnerabile a un blocco imposto dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Bahrain e dall’Egitto, ma la geografia dell’Oman non sarebbe altrettanto efficacie sul Sultanato.

Tuttavia, alla luce dei recenti eventi a Istanbul, legati al brutale omicidio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, avvenuto apparentemente con il consenso del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, si ritiene che Riad necessiti di moderare la propria politica estera aggressiva. E’ importante sottolineare, però, che il Paese rimane diviso tra due fuochi. Negli ultimi quarant’anni l’Oman ha sostenuto apertamente la politica degli Stati Uniti nel Golfo Persico e il processo di pace arabo-israeliano. Alla fine di ottobre 2018, il Sultano ha incontrato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in Oman e ha affermato che Israele ha il diritto di esistere come stato nella regione. Un’affermazione molto forte per uno stato arabo. D’altra parte, l’Oman avrebbe un forte incentivo a mantenere il suo “rapporto speciale” con l’Iran. Diversi fattori che riguardano storia, l’approvvigionamento energetico, la geopolitica e il commercio hanno impedito all’Oman di allinearsi all’Arabia Saudita contro Teheran, nonostante il Sultanato fosse un membro fondatore del CCG, un’istituzione per lo più anti-iraniana.

Da parte sua, Teheran probabilmente eviterà di intraprendere azioni che potrebbero mettere a repentaglio le relazioni amichevoli dell’Oman con l’Iran. L’attuale politica estera dell’Oman, infatti, si adatta agli interessi regionali iraniani, anche a causa delle strette relazioni politico-militari di Oman con gli Stati Uniti. Gli analisti citati dal quotidiano The New Arab profilano un possibile futuro per il Paese, in cui il vuoto di potere del post-Qaboos porterà certamente alla destabilizzazione dello Stato. Tuttavia, ci si aspetta che l’Oman mantenga una politica estera simile a quella attuale, pragmatica e indipendente. Ciò potrà essere reso possibile dalla continua cooperazione politico-militare di Muscat con gli Stati Uniti, unita alle relazioni positive dell’Oman con Teheran. L’Oman, in questo modo, potrebbe fungere da mediatore tra Washington e Teheran. Il punto è che né Washington né Teheran trarrebbero beneficio dal permettere all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di minacciare la politica estera indipendente dell’Oman. Vedere l’Oman diventare un altro Bahrein, dominato dall’Arabia Saudita, non è il desiderio di molti. La sapiente navigazione attraverso le acque tempestose del Golfo, grazie alla quale il Paese si è guadagnato la reputazione di giocatore neutrale, sarà messa a dura prova nel prossimo futuro. E, secondo molti, è meglio prepararsi ad una bella tempesta.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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