Morire sulla strada di casa: storie di siriani che sono tornati

Pubblicato il 12 novembre 2018 alle 13:26 in Medio Oriente Siria

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Il destino dei milioni di siriani scappati dalla guerra civile nel Paese continua ad essere in bilico e le pressioni per il rientro in patria non facilitano la situazione. Almeno 20 rifugiati che avevano fatto ritorno in Siria dal Libano sono stati uccisi dal regime e dalle loro forze alleate, secondo quanto ha annunciato, sabato 10 novembre, il ministro libanese per la protezione dei profughi, Mouin Merehbi.

Il ministro libanese ha menzionato un caso in particolare che riguarda un uomo e i due figli adolescenti, tutti e tre uccisi alla fine di ottobre. “Secondo le informazioni ricevute sono stati assassinati da un alto ufficiale dell’esercito del regime siriano”, ha riferito Merehbi, aggiungendo che il numero totale dei morti potrebbe essere più alto. Nel frattempo, i familiari degli altri profughi che sono tornati in Siria temono il peggio. Il quotidiano The New Arab racconta di Bushra al-Abdullah, una donna siriana sta ancora cercando di trovare suo marito. L’uomo è scomparso dopo essere stato fermato dalle guardie di frontiera siriane al confine tra Siria e Libano, alla fine di luglio. “La mia famiglia era tra coloro che erano stati approvati per il ritorno”, racconta la donna, che ha aggiunto “mio marito è stato arrestato nonostante il fatto che il processo di rimpatrio si fosse svolto tramite il municipio libanese della zona e i rappresentanti del regime e nonostante il regime stesso avesse controllato la lista dei nomi”. Bushra, suo marito e i loro due bambini stavano tornando dal Libano nella loro casa, che si trova nella periferia occidentale di Damasco.

Il rientro di questa famiglia, insieme ad altre famiglie siriane, fa parte di un programma noto come “il ritorno volontario dei rifugiati”. “Coloro che volevano tornare sono stati inseriti in un elenco di nomi, alcuni di questi sono stati approvati e altri sono stati rifiutati”, ha riferito Bushra, che vive adesso nella casa di un parente a Damasco. Secondo l’avvocato siriano, Anwar al-Bunni, capo del Centro siriano per gli studi legali, la famiglia Bushra ha subito la stessa sorte di molti altri rifugiati che hanno provato a rientrare nel Paese, specialmente di quei civili fuggiti dalle aree precedentemente controllate dai ribelli. Secondo le dichiarazioni di 3 rifugiati raccolte dal quotidiano, il regime siriano richiede che i cittadini siriani intenzionati a tornare siano in possesso dei propri documenti, incluse le carte di identità e i passaporti. La mancanza di documenti può risultare in un rifiuto della domanda di ritorno, secondo quanto affermato dai 3 testimoni, che sono tornati dal Libano nelle zone sotto il controllo del regime siriano. Tuttavia, il sito web del ministero degli Esteri siriano afferma che “la Repubblica araba siriana può concedere un biglietto di ritorno ai cittadini in diversi casi, compreso il caso di perdita del passaporto o di un documento di viaggio, o il mancato possesso di passaporto”. Il biglietto è valido per un viaggio di sola andata in Siria ed ha un costo di 25 dollari.

La Russia è stata la prima ad iniziare quello che è stato chiamato “rimpatrio volontario” dei profughi siriani, confrontandosi con i Paesi che avevano accolto i rifugiati e istituendo un centro di smistamento in collaborazione con il regime di Damasco. Il generale siriano, Hassan Ahmed Hassan, ha promesso che ai rifugiati sarebbe stata garantita la tutela dei propri diritti e della propria dignità. Tuttavia, l’avvocato al-Bunni ha sottolineato che “non è stata emanata alcuna legge formale per il trattamento dei profughi che tornano nel Paese”. Il numero totale di rifugiati siriani è di almeno 5,6 milioni, secondo le ultime statistiche UNHCR, aggiornate al 1 novembre. Ciò include 3,5 milioni di profughi che si trovano ora in Turchia, 2 milioni di siriani registrati all’UNHCR in Egitto, Iraq, Giordania e Libano e 33.000 rifugiati in altri Paesi del Nord Africa. I siriani che ritornano a casa dopo l’asilo corrono il rischio di essere arrestati, secondo Al-Bunni. L’avvocato cita il caso di alcuni civili che abitavano in aree precedentemente assediate che si sono poi riconciliate con il regime, tra cui l’area ad est di Aleppo, la città di Deraa, il Ghouta Orientale e le aree rurali attorno a Homs. Alcuni casi di arresto o di leva militare forzata sono stati documentati, nonostante il regime si sia impegnato a concedere un’amnistia di un anno. Inoltre, a molti siriani è stato negato il diritto di rientrare nelle proprie case.

L’associazione Truth and Justice, un gruppo per la tutela dei diritti umani con sede a Istanbul, ha documentato l’arresto di 26 persone a Deraa. Gli arrestati, in precedenza, avevano ricevuto garanzie di “sicurezza” dal regime di Bashar al-Assad. Altre 19 persone avrebbero subito lo stesso destino nel Ghouta, insieme a 11 membri dei Caschi Bianchi che avevano tentato di attraversare il nord della Siria per raggiungere le aree controllate dal regime. La Siria ha registrato non meno di 8.000 sequestri tra l’inizio della rivolta e il 20 luglio 2017. A tale proposito, l’ex procuratore generale di Damasco, Maher al-Olabi, ha sottolineato che la pressione esercitata dalla Russia per il rientro in Siria della popolazione fuggita dalla guerra sia una violazione della Convenzione sui rifugiati del 1951.”I profughi sono generalmente perseguitati, soggetti all’arresto o al servizio militare forzato”, ha dichiarato al-Olabi. Esistono numerosi pericoli, inoltre, a causa delle milizie appoggiate dall’Iran che si trovano in diverse aree di confine della Siria. “Queste milizie rappresentano una vera minaccia per le persone che rientrano in quelle zone” ha aggiunto al-Olabi, “il regime siriano non è in grado di controllarle, ci sono numerosi casi di rapimento ed estorsione”.

Il Centro siriano per studi legali ha dichiarato che il regime non vuole che i rifugiati tornino, citando le parole del Bashar al-Assad stesso che ha affermato che i siriani “sono quelli che difendono il Paese, non quelli che si limitano ad avere un passaporto”. Secondo i ricercatori, il regime non provvede a garantire la sicurezza per chi torna nel Paese e sicuramente la situazione appare critica. La sicurezza dei siriani e le prospettive di un futuro di pace appaiono ancora lontane.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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