Bangladesh e Myanmar raggiungono accordo sul rimpatrio dei Rohingya

Pubblicato il 30 ottobre 2018 alle 16:38 in Bangladesh Myanmar

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Il Bangladesh e il Myanmar hanno concordato di avviare il rimpatrio delle centinaia di migliaia di Rohingya a metà novembre. La notizia è stata resa nota dal segretario degli Esteri del Bangladesh, Shahidul Haque, in seguito ad un meeting con la delegazione del Myanmar, guidata dall’ufficiale Myint Thu. Ad avviso di quest’ultimo, la decisione costituisce un risultato concreto. “Abbiamo messo a punto una serie di misure per assicurare che i rimpatriati vengano accolti in un ambiente sicuro”, ha precisato Myint Thu.

I due Paesi avevano concordato nel novembre 2017 di iniziare i processi di rimpatrio entro i due mesi successivi. Tuttavia, tali processi non sono mai stati avviati, così che la maggior parte dei Rohingya fuggiti dal Myanmar si trova ancora in Bangladesh. Secondo molti gruppi umanitari, le condizioni di sicurezza nello Stato di Rakhine, In Myanmar, dove avverranno rimpatriati i rifugiati, non versa ancora in condizioni di sicurezza sufficienti.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficialmente dal Myanmar, motivo per cui è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Paese. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, circa 700.000 Rohingya avrebbero lasciato lo Stato per rifugiarsi in Bangladesh a seguito dell’avvio dell’offensiva guidata dall’esercito nazionale. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo, raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, prevedeva il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

Il 24 ottobre, l’Onu ha rilasciato un rapporto di 444 pagine, in cui ha dichiarato che, in Myanmar, il genocidio della minoranza musulmana sta continuando. In particolare, il documento sostiene che i generali del Paese asiatico, tra cui il comandante capo Min Aung Hlaing, devano essere indagati e perseguiti per ciò che hanno commesso nello Stato di Rakhine. Secondo quanto riferito dal report inoltre, nel corso del conflitto sono stati distrutti 390 villaggi da parte dell’esercito birmano, e sono stati uccisi più di 10.000 Rohingya. “Le condizioni in Myanmar non sono abbastanza sicure per il rimpatrio della minoranza musulmana, che rischierebbe solo di andare incontro a nuovi stermini di massa”, ha affermato Darusman. Mentre le potenze occidentali vogliono far luce sulla questione, la Russia e la Cina, che intrattengono relazioni amichevoli con il Myanmar, respingono tutte le accuse dell’Onu.

Da parte sia, il governo di Naypyidaw ha sempre respinto tutte le accuse nei confronti del proprio esercito. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, aveva chiarito a fine agosto il portavoce governativo, Zaw Htay, aggiungendo che il Paese asiatico possiede una commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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