Khashoggi: i dettagli raccapriccianti del suo omicidio

Pubblicato il 18 ottobre 2018 alle 10:01 in Arabia Saudita Turchia

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Jamal Khashoggi, un eminente giornalista dell’Arabia Saudita, è stato ucciso in pochi minuti, gli sono state mozzate le dita, è stato decapitato e poi smembrato, il 2 ottobre, quando è entrato nel consolato saudita a Istanbul e non ne è più uscito, secondo quanto riporta il New York Times. Nel giro di 2 ore, lo stesso giorno, anche gli assassini sono spariti, secondo i dettagli delle registrazioni audio descritte da un alto ufficiale turco.

Il governo della Turchia ha rilasciato questi e altri dettagli sulle registrazioni audio contenenti prove dell’omicidio, mercoledì 17 ottobre, giorno in cui il segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, ha visitato Ankara per far fronte alle crescenti pressioni che incombono sulla Casa Bianca e sull’Arabia Saudita.

Le nuove informazioni, diffuse attraverso un giornale filogovernativo turco, sono arrivate il giorno dopo che Pompeo e l’amministrazione Trump sembravano aver accettato che i sauditi conducessero le proprie indagini sulla scomparsa di Khashoggi, ignorando perciò le insinuazioni turche secondo le quali alcune figure di spicco della corte reale saudita avrebbero ordinato l’esecuzione del giornalista.

Nonostante ciò, mentre i sauditi e gli americani cercavano di lasciarsi la crisi alle spalle, la brutalità descritta nelle intercettazioni è servita a ricordare la ragione per cui la scomparsa di Khashoggi ha innescato una reazione internazionale più severa di innumerevoli uccisioni di massa o violazioni dei diritti umani.

In questo contesto, il presidente statunitense, Donald Trump, si è dimostrato dubbioso nei confronti dell’esistenza di eventuali prove video o audio, trovate dalle autorità turche, dichiarando che sarà più deciso e informato al ritorno di Pompeo. Da parte loro, invece, alcuni funzionari dell’intelligence americana affermano di avere crescenti prove circostanziali secondo le quali il principe Mohammed sarebbe coinvolto nella scomparsa di Khashoggi, entrato nel consolato saudita di Istanbul più di due settimane fa per ottenere un documento per il suo matrimonio.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, i più importanti ufficiali governativi del Regno hanno ripetutamente negato qualsiasi coinvolgimento nella sparizione del giornalista. Tali smentite sono state riproposte al segretario di stato americano, Mike Pompeo, durante la sua visita nel Paese arabo. Su una linea analoga, anche il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, rinomato amico di Khashoggi, non ha ancora accusato pubblicamente i sauditi di averlo rapito o ucciso, e non ha tantomeno deciso di rendere pubbliche le prove a sostegno di tali accuse.

Nonostante ciò, diversi funzionari turchi, mercoledì 17 ottobre, hanno ribadito la loro conclusione secondo la quale una squadra di 15 agenti sauditi, connessi al principe ereditario Mohammed bin Salman, avrebbe aspettato Khashoggi all’interno del consolato saudita, il 2 ottobre. In corrispondenza del suo arrivo, avvenuto alle 13:15 circa, dopo essere stato portato nell’ufficio del console, Mohammad al-Otaibi, gli agenti in questione avrebbero sequestrato il giornalista quasi immediatamente, iniziando a picchiarlo e torturarlo per poi tagliargli le dita.

Se Khashoggi sia stato ucciso prima che le sue dita fossero rimosse e il suo corpo smembrato sembra che non possa essere determinato. Eppure, secondo un alto funzionario che dichiara di descrivere il contenuto delle registrazioni e secondo un rapporto pubblicato sul quotidiano turco, Yeni Safak, il console saudita avrebbe assistito all’intero processo di esecuzione e avrebbe inoltre intimato al team saudita: “Fatelo fuori [dall’ambasciata]. Mi metterete nei guai “. In risposta a tali affermazioni, uno degli agenti omicidi avrebbe poi risposto: “Se vuoi vivere quando torni in Arabia, stai zitto”. Entrambe le fonti citano registrazioni audio ottenute dall’intelligence turca. Sempre secondo indiscrezioni turche, oltre al team omicida sarebbe stato coinvolto anche un importante dottore di medicina legale saudita, il cui compito era la dissezione e lo smaltimento del corpo.  Tale aggiunta è altresì considerata dai funzionari turchi come prova di premeditazione.

Ciò che contribuisce all’alone di mistero che circonda la sparizione del giornalista saudita dissidente, Jamal Khashoggi, è la reticenza a divulgare le registrazioni audio o altre prove relative alla scomparsa del giornalista, oltre al rifiuto di rivelare come tale materiale sia stato ottenuto. Secondo il New York Times, alcune registrazioni o altre prove potrebbero provenire da comunicazioni intercettate o audio sorveglianza che il governo turco non è disposto a rilasciare per paura di compromettere fonti di intelligence o rivelare violazioni del diritto internazionale.

Tuttavia, i commenti di Trump suggeriscono che le autorità turche abbiano anche rifiutato di condividere le loro prove con le agenzie di intelligence statunitensi, le quali, di solito, sono partner. Tale riluttanza suggerisce che il governo turco potrebbe desiderare il raggiungimento di un accordo con l’Arabia Saudita al fine di evitare una rottura completa nei rapporti con un’altra importante potenza regionale.

Non a caso, il rilascio di informazioni sul caso, da parte della Turchia, sembra seguire un schema preciso, secondo il New York Times. La fuga di notizie è iniziata il 6 ottobre, il giorno in cui i funzionari turchi hanno dichiarato che il presidente Erdogan è stato informato per la prima volta dell’accaduto e delle prove a sostegno. Ciò nonostante, il flusso di informazioni è rallentato negli ultimi giorni, proprio quando sono stati intrapresi sforzi diplomatici per affrontare la questione. In primo luogo, il re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abd al Aziz al Saud, ha chiamato il presidente Erdogan e ha inviato una delegazione di alto livello in Turchia. In secondo luogo, il presidente Trump ha dimostrato di prendere sul serio le accuse, mandando Pompeo in Arabia Saudita per avere delle risposte. In terzo luogo, alcune fonti saudite avrebbero insinuato che la corte reale si stava preparando a riconoscere l’uccisione di Khashoggi e punire ciò che avrebbero descritto come “un falso operatore” nel servizio di intelligence saudita.

Malgrado gli sforzi di mediazione, mercoledì 17 ottobre, la diffusione di informazioni non è solo ripresa, ma è aumentata, rappresentando un possibile segnale di frustrazione turca di fronte al rifiuto saudita di fornire una spiegazione pubblica e alla lentezza dell’amministrazione Trump a fare pressioni per ottenerne una. A conferma dell’impegno che sembra non soddisfare la controparte turca, dopo aver incontrato re Salman e il principe ereditario Mohammed, Pompeo ha dichiarato ai giornalisti presenti a Riyadh che l’Arabia Saudita ha promesso di ritenere responsabile chiunque sia collegato a qualsiasi azione illecita, che si tratti di un alto ufficiale o di un funzionario. Alla domanda se questo includesse membri della stessa famiglia reale, Pompeo ha affermato: “Non faranno eccezioni”.

Il Regno risulta bloccato nelle sue smentite, alle quali non segue una spiegazione alternativa credibile. L’Arabia Saudita, ad oggi, ha respinto le accuse dei funzionari turchi definendole “infondate”, ma ha anche elogiato la Turchia per aver accettato la richiesta di indagare sulla scomparsa di Khashoggi. “Il Regno si preoccupa della sicurezza e del benessere dei suoi cittadini ovunque si trovino”, si legge in una dichiarazione.

Fino a poco tempo fa, Jamal Khashoggi, 59 anni, era un fedelissimo lealista saudita. Laureato presso l’Indiana State University, ha scalato rapidamente i ranghi del caratteristico business dell’informazione saudita, dove i leader della famiglia reale sono gli unici lettori che contano.

Durante la jihad sostenuta dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica in Afghanistan negli anni ’80, Khashoggi si fece un nome intervistando il leader militante Osama bin Laden, che in seguito fondò al Qaeda. Khashoggi divenne anche un fidato aiutante del principe Turki al-Faisal, il quale era a capo dell’intelligence saudita e ambasciatore negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove Khashoggi lavorava per lui come consigliere.

La relativa indipendenza di Khashoggi a volte metteva alla prova i confini sauditi. Le autorità lo hanno rimosso 2 volte come redattore del quotidiano Al Watan, per aver pubblicato alcuni articoli critici sull’establishment religioso. Come capo di un nuovo canale di notizie di proprietà saudita con sede in Bahrain, ha permesso a un dissidente del Paese di apparire nel suo primo giorno di trasmissione, nel 2015. Il canale è stato chiuso il giorno successivo “per ragioni tecniche e amministrative”.

Nessuno di questi avvenimenti, però, ha causato danni reali al suo status nei pressi della corte reale. Khashoggi è rimasto un contatto di riferimento per giornalisti e diplomatici americani in cerca di una spiegazione convincente della prospettiva dei governanti sauditi.

Khashoggi ha poi deciso di fuggire dal Regno per Washington, dove si è dipinto come membro dell’opposizione leale, sostenitrice della monarchia, ma critica di politiche come la sua guerra in Yemen o l’intolleranza dei Fratelli Musulmani. “Ho lasciato la mia casa, la mia famiglia e il mio lavoro, e sto alzando la voce”, ha scritto in un editoriale su The Post. “Fare diversamente significherebbe tradire coloro che languiscono in prigione”, ha aggiunto. “Noi sauditi meritiamo di meglio”.

Alla luce di ciò, le autorità saudite hanno cercato tranquillamente di cooptarlo, promettendogli più libertà in patria e attaccandolo brutalmente online come agente all’estero. Ad alcuni dei suoi parenti è stato vietato di lasciare il Regno. Il suo esilio ha portato al divorzio.

Proprio il divorzio, alla fine, è ciò che lo ha portato al consolato di Istanbul. Khashoggi, la cui famiglia ha radici turche, aveva pianificato di sposare una donna lì, una studentessa laureata, specializzata sulla politica del Golfo Persico. Aveva comprato un appartamento e vi intendeva trasferirsi. Era programmato un piccolo matrimonio. Tuttavia, la legge turca richiedeva un documento dal consolato saudita per certificare il suo divorzio.

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Alice Bellante

di Redazione

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