Né giustizia né colpevoli: il Papa santifica Óscar Romero

Pubblicato il 17 ottobre 2018 alle 6:01 in America centrale e Caraibi

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Papa Francesco ha elevato all’onore degli altri, domenica 14 ottobre, l’arcivescovo salvadoregno Óscar Arnulfo Romero, assassinato il 24 marzo 1980 al termine della messa nella cappella dell’ospedale della capitale San Salvador. Alla canonizzazione hanno assistito 300.000 persone a Roma e 40.000 a San Salvador, dove era stata organizzata una diretta.

L’omicidio del religioso è rimasto impunito, come il 98% dei crimini commessi in El Salvador e i salvadoregni, dando prova di humor nero, scherzano dicendo che è un’altra delle prove dell’identificazione profonda dell’arcivescovo con il suo popolo. 

L’omicidio di Romero è una delle pagine più significative della storia non solo di El Salvador, ma dell’intera America Centrale. L’assassinio del monsignore, come  la successiva sparatoria contro la folla durante i suoi funerali, è considerato l’inizio della guerra civile, che sarebbe durata fino al 1992. Ma già da tre anni la situazione nel paese era degenerata e bande di ribelli e di paramilitari si affrontavano nelle zone rurali e l’esercito attaccava le comunità contadine accusate di dar rifugio ai ribelli di quello che sarebbe poi diventato il Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale. L’assassinio di monsignor Romero portò gli squadroni della morte salvadoregni all’onore delle cronache. 

L’omicidio avvenne in pubblico e in pieno giorno. Romero aveva appena detto messa e stava offrendo la comunione quando un sicario gli sparò dalla strada colpendolo al cuore. Il giorno dopo ai funerali del monsignore, gli squadroni della morte aprirono il fuoco sui fedeli che partecipavano alle esequie. Il 23 marzo il vescovo aveva lanciato un appello ai militari, che aveva scatenato le ire dell’estrema destra: “Io vorrei fare un appello – aveva detto Romero – particolare agli uomini dell’Esercito e in concreto alla base della Guardia Nazionale, della Polizia, delle caserme: fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli contadini; ma rispetto a un ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “non uccidere”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire ad un ordine contrario alla Legge di Dio. Vi supplico, vi chiedo, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”.

L’inchiesta sull’omicidio fu bloccata dalla guerra fino a un anno dopo gli accordi di pace e l’unica istituzione in grado di condurre un’indagine con le garanzie minime in El Salvador dopo la guerra, l’ONU, concluse che i responsabili della sua morte erano Squadroni della morte creati dal colonnello Roberto D’Aubuisson, leader dell’intelligence politica e fondatore dell’Arena (Alleanza Repubblicana Nazionalista), la formazione di destra radicale che ha governato il paese dal 1989 al 2009.

Secondo la commissione di verità creata dopo la guerra, “esistono prove complete” che D’Aubuisson abbia dato alla sua squadra di sicurezza  l’ordine di assassinare l’arcivescovo. Anche la sorella del colonnello riconosce le responsabilità del fratello nell’omicidio di Romero. D’Aubuisson, tuttavia, morì nel 1992 di un cancro della lingua senza conoscere il risultato delle indagini.

Nell’inchiesta erano coinvolte più persone. I capitani Álvaro Saravia e Eduardo Ávila hanno anche partecipato all’assassinio del santo, così come Fernando Sagrera e Mario Molina, sempre secondo le Nazioni Unite. Nessuno tuttavia è mai stato arrestato o perché rifugiatosi all’estero, come Saravia, o perché semplicemente non perseguito dalla giustizia. Un altro dei membri del commando, Amado Antonio Garay, che è stato l’autista che ha portato il cecchino alla cappella della Divina Provvidenza dell’ospedale di San Salvador e vive negli Stati Uniti come testimone protetto del governo. Lo stesso cecchino è stato ucciso su ordine di D’Aubuisson in Guatemala pochi giorni dopo l’omicidio di Romero. 

D’Aubuisson si candidò presidente alle elezioni del 1984, ma venne sconfitto dal democristiano José Napoleón Duarte. I tentativi di mediazione del presidente Duarte tra le fazioni in guerra fallirono, anche perché D’Aubuisson riteneva il presidente “un comunista cui è capitato di credere in Dio”. Nel 1989 Alfredo Cristiani, delfino di D’Aubuisson, divenne presidente e tre anni dopo siglò gli accordi di pace con la guerriglia marxista grazie alla mediazione del presidente del Costa Rica e Premio Nobel per la pace Óscar Arias Sánchez. 

D’Aubuisson rimane una figura mitica per la destra salvadoregna, che ogni anno organizza cerimonie in suo onore, e nessun governo, nemmeno quelli del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale che si sono succeduti dal 2009 a oggi hanno espresso una condanna, politica o morale, del responsabile dell’omicidio di monsignor Romero, che i cattolici di El Salvador venerano come un santo da molto prima che la Chiesa lo riconoscesse ufficialmente come tale.

 

Sicurezza internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale

Traduzione dallo spagnolo e redazione a cura di Italo Cosentino

di Redazione

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