Gaza: 7 manifestanti palestinesi uccisi dall’esercito israeliano

Pubblicato il 13 ottobre 2018 alle 13:18 in Israele Palestina

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L’esercito israeliano ha ucciso 7 palestinesi, venerdì 12 ottobre, durante le proteste settimanali al confine con Gaza. Le truppe di Israele hanno commentato il fatto affermando di aver sparato a un gruppo di manifestanti che aveva scavalcato la recinzione e, armato di una bomba, stava attaccando un avamposto militare.

Oltre ai 7 manifestanti uccisi, sono circa 140 i palestinesi rimasti feriti nella medesima giornata di venerdì, ha riferito il Ministero della Salute di Gaza. L’esercito israeliano ha affermato che i manifestanti, circa 15mila, stavano lanciando rocce e ordigni esplosivi contro le truppe di Israele e lungo la recinzione di confine di Gaza. Secondo quanto spiegato da un portavoce dell’esercito israeliano, il colonnello generale Jonathan Conricus, un gruppo di palestinesi aveva “detonato una bomba lungo la staccionata di confine”, permettendo a circa 20 persone di scavalcarla e arrampicarsi dall’altra parte. Conricus ha aggiunto che circa 5 palestinesi tra quei 20 avevano poi lanciato un attacco contro un avamposto israeliano, e a quel punto le truppe avevano risposto uccidendoli. 

Il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, partito da Gaza e giunto a una conferenza a Istanbul, venerdì 12 ottobre, ha affermato che il suo gruppo sta cercando di raggiungere un compromesso con le parti in causa e con il Qatar, l’Egitto e le Nazioni Unite. Haniyeh ha inoltre manifestato speranze che gli sforzi messi in campo possano riportare la calma. 

L’esercito israeliano è stato criticato dai palestinesi e dai gruppi e dalle organizzazioni umanitarie per la sua risposta violenta alle proteste palestinesi. Da parte loro, le forze israeliane rispondono alle accuse affermando di usare tutti i mezzi difensivi nel pieno rispetto degli standard e delle procedure militari.
Alla data attuale, sono circa 200 i palestinesi uccisi dall’inizio delle proteste, il 30 marzo 2018, mentre oltre altri 18.000 sono rimasti feriti. 

Tre manifestanti palestinesi, tra cui un bambino, erano stati uccisi, nella giornata di venerdì 5 ottobre, dall’esercito israeliano al confine con Gaza. Prima ancora, il 3 ottobre, le forze israeliane avevano ucciso un adolescente palestinese, il 15enne Ahmed Abu Habel, colpito alla testa da un lacrimogeno scagliato da un soldato israeliano vicino a un checkpoint militare. Nella medesima giornata erano state ferite altre 24 persone, aveva reso noto il portavoce ministeriale, Ashraf al-Qidra.

L’esercito di Israele non ha commentato l’incidente, ma una portavoce ha riferito all’agenzia di stampa francese AFP che i soldati avrebbero “sparato proiettili veri in conformità con le regole di ingaggio”, in quanto i manifestanti si erano ammassati lungo il confine.

In precedenza, nella giornata di venerdì 28 settembre, il Ministero della Salute di Gaza aveva reso noto che erano stati uccisi 6 manifestanti palestinesi e feriti altri 506 per opera delle forze israeliane. Venerdì 21 settembre, invece, un palestinese era stato ucciso da un cecchino israeliano e altri erano rimasti feriti durante le manifestazioni al confine recintato con Israele. Nella stessa giornata erano stati feriti oltre 300 palestinesi, di cui 54 con munizioni vere. Prima ancora, nella giornata di lunedì 17 settembre, 2 palestinesi erano stati uccisi in un attacco aereo israeliano nei presso del confine tra Gaza e Israele. Gli uomini, identificati come Naji Abuasi, 18 anni, e Alaa Abuasi, 21 anni, erano stati portati all’ospedale Nasser di Khan Younis dopo essere stati rinvenuti dai medici della Mezzaluna Rossa. A tal riguardo, l’esercito israeliano aveva dichiarato di aver bersagliato un gruppo di terroristi avvistati ad aggirarsi nei pressi del confine meridionale in modo sospetto. Secondo il Ministero della Salute, lunedì 17 settembre le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro almeno 26 palestinesi.

La popolazione palestinese protesta settimanalmente lungo la recinzione ad est della Striscia di Gaza sin dal 30 marzo, data in cui è iniziata la cosiddetta di Marcia del Ritorno, il cui scopo è invocare il diritto dei palestinesi al ritorno in patria e la fine del blocco israeliano, in vigore da 11 anni. Le manifestazioni in questione si sarebbero teoricamente dovute concludere il 15 maggio, data in cui palestinesi ricordano la Nakba, o Catastrofe, un riferimento alla rimozione forzata di 750.000 palestinesi dalle loro case e villaggi per aprire la strada alla creazione di Israele nel 1948. I palestinesi sostengono che le loro proteste rappresentino un’ondata di rabbia popolare contro Israele. I residenti dei territori palestinesi invocano il diritto di ritornare nelle proprie case, dalle famiglie da cui sono stati allontanati o separati 70 anni prima, a causa della fondazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Lo Stato Ebraico, dal canto suo, sostiene che le proteste e le manifestazioni siano organizzate dal gruppo islamista Hamas, il quale controlla la Striscia di Gaza e nega al Paese il diritto di esistere.

Israele ha accusato Hamas di aver sobillato le proteste per sviare l’attenzione dei cittadini dai problemi economici e dalla grave carenza di scorte energetiche di cui soffre Gaza, patria di 2 milioni di palestinesi, oltre metà dei quali sono rifugiati di guerra o loro discendenti. A partire da giugno del 2007, lo Stato Ebraico, insieme all’Egitto, ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo dell’entrata nell’area della Striscia di Gaza governata da Hamas.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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