Etiopia: Commissione sui diritti umani accusa il governo

Pubblicato il 5 ottobre 2018 alle 13:32 in Africa Etiopia

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Il governo dell’Etiopia non sta riuscendo a proteggere i propri cittadini dalla violenza etnica, che ha causato la dispersione di quasi un milione di persone negli ultimi sei mesi. È quanto ha dichiarato il presidente della Commissione sui Diritti Umani dell’Etiopia, Addisu Gebregziabher, giovedì 4 ottobre, nel corso di una conferenza tenutasi nella città di Auasa, nella zona centrale del Paese, dove la coalizione governativa sta tenendo il proprio 11esimo Congresso.

Per cercare di far fronte alla situazione, Gebregziabher ha chiesto l’intervento delle forze di sicurezza, affinché riportino la stabilità nel Paese del Corno d’Africa. “In alcuni casi gli ufficiali di sicurezza hanno deliberatamente evitato di intervenire, e ciò accade quando il governo non è in grado di prendersi la responsabilità di difendere i propri cittadini da tali abusi”, ha spiegato il presidente della Commissione a Reuters. Si tratta della prima volta in cui Gebregziabher critica apertamente l’amministrazione del premier etiope, Abiy Ahmed, salito al governo il 2 aprile scorso.

La Commissione ha condotto altresì indagini in merito alla condotta delle autorità etiopi nel corso dei tre anni passati, che hanno portato alle dimissioni dell’ex primo ministro, Hailemariam Desalegn, il 15 febbraio, e all’elezione di Ahmed. “I conflitti a cui stiamo assistendo riguardano diversi abusi dei diritti umani”, ha spiegato il presidente della Commissione. Ad avviso di alcuni critici dell’attuale premier, Ahmed starebbe perdendo il controllo sul Paese da parte della coalizione governativa, la Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF). Nello specifico, il rilascio di prigionieri politici e il rientro dei gruppi di opposizione avrebbe contribuito allo scoppio delle violenze etniche in tutta l’Etiopia.

Da quando è salito alla guida dello Stato africano, Ahmed ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico e sociale. Uno dei maggiori risultati finora ottenuti è stata la firma dell’accordo di pace con l’Eritrea, il 9 luglio, con cui i due Paesi vicini hanno sancito fine dello stato di guerra, in corso dal maggio 1998. Il ventennale conflitto tra Etiopia ed Eritrea ha destabilizzato l’intera regione e ha visto entrambi i governi incanalare gran parte dei loro budget nella sicurezza. Oltre a ciò, Ahmed ha riaperto l’accesso ai siti web e ai canali televisivi che erano stati bloccati per motivi politici e ha invitato i gruppi in esilio a tornare in patria, concludendo accordi di pace. In particolare, il premier ha concesso il perdono al Fronte di Liberazione Oromo (OLF), il quale aveva fomentato un’insurrezione per l’autodeterminazione del gruppo etnico che, rappresentando circa un terzo dei 100 milioni di abitanti del Paese, si attesta come il più popoloso dell’Etiopia. Gli oromo avevano iniziato a protestare nel novembre 2015, lamentando una sempre più grande marginalizzazione nello scenario sociale e politico dello Stato. A suscitare le prime tensioni politiche era stato il Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione Oromia. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. Nel mese di agosto, Ahmed ha altresì permesso ai dirigenti dell’OLF, esiliati dal governo precedente, che aveva messo fuori legge l’intero gruppo, di far ritorno in Etiopia e partecipare attivamente alla politica nazionale. Nonostante le intenzioni di riportare la pace e la stabilità in Etiopia, le riforme del primo ministro hanno coinciso con un aumento delle violenze etniche nella regione.

Il 16 settembre, nella la città di Barayu, nella regione Oromia, 58 persone hanno perso la vita e molte altre sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Amnesty International ha condannato l’accaduto, ritenendo che le violenze avevano un fondamento etnico. Gli scontri sono scoppiati in seguito al ritorno in Etiopia della leadership dell’OLF. I residenti di Barayu hanno riferito che i negozi sono stati saccheggiati e che i cittadini sono stati attaccati da giovani oromo che hanno preso di mira le case e gli esercizi commerciali appartenenti ad altre minoranze etniche. La settimana successiva, le autorità di Addis Abeba hanno arrestato migliaia di persone nei pressi della capitale, mandandole presso campi militari per essere riabilitate. Tuttavia, il 3 ottobre gli scontri sono continuati nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz, nella zona di Kamashi, provocando la morte di 44 persone e costringendo 70.000 cittadini ad abbandonare le proprie case.

Questa situazione ha contribuito ad accrescere il numero degli sfollati interni, che ammontano a circa 1,4 milioni di sfollati, 200.000 in più rispetto alla Siria, secondo quanto riportato dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Tali cifre ha precisato il IDMC, fanno dell’Etiopia il primo Paese al mondo per numero di sfollati. Al momento, il portavoce del governo, Ahmed Shide non ha ancora commentato le accuse della Commissione per i Diritti Umani dell’Etiopia. Nel frattempo, nella giornata di venerdì 5 ottobre, si concluderà l’11esimo Congresso della coalizione governativa, che dovrebbe approvare le riforme del premier.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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