Etiopia: nuovi scontri etnici nell’Ovest del Paese

Pubblicato il 3 ottobre 2018 alle 7:20 in Africa Etiopia

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L’Etiopia è stata nuovamente teatro di scontri etnici nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz, nella zona di Kamashi, nell’ambito dei quali sono morte 44 persone e altre 70.000 sono state costrette ad abbandonare le proprie case.

Il capo dell’ufficio di comunicazione della regione Oromia, Negeri Iencho, ha riferito che il numero delle vittime potrebbe crescere, dal momento che offensive stanno avendo ancora luogo nelle aree più rurali. Secondo alcune fonti, gli scontri si sono verificati dopo che alcuni ufficiali di Benishangul-Gumuz erano stati assassinati da uomini armati non identificati, travestiti da membri dell’Oromo Liberation Front (OLF), organizzazione separatista che, recentemente, è stata eliminata dalla lista delle organizzazioni terroristiche etiopi dal premier Abiy Ahmed.

L’insicurezza interna dell’Etiopia ha contribuito ad accrescere il numero degli sfollati interni, che ammontano a circa 1,4 milioni di sfollati, 200.000 in più rispetto alla Siria, secondo quanto riportato dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Tali cifre ha precisato il IDMC, fanno dell’Etiopia il primo Paese al mondo per numero di sfollati.

Nel corso dell’ultima settimana di settembre, il governo dell’Etiopia ha arrestato migliaia di persone nei pressi della capitale Addis Abeba, mandandole presso campi militari per essere riabilitate. Le autorità etiopi sono state criticate per aver attuato una risposta troppo blanda nei confronti degli scontri etnici che si sono verificati nella zona di Addis Abeba a metà settembre, e che hanno causato la morte di numerose persone. Il 16 settembre, nella la città di Barayu, nella regione Oromia, 58 persone hanno perso la vita e molte altre sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Amnesty International ha condannato l’accaduto, ritenendo che le violenze avevano un fondamento etnico. Gli scontri sono scoppiati in seguito al ritorno in Etiopia della leadership dell’OLF, il quale in passato si era battuto duramente per ottenere l’autodeterminazione dell’etnia oromo. I residenti di Barayu hanno riferito che i negozi sono stati saccheggiati e che i cittadini sono stati attaccati da giovani oromo che hanno preso di mira le case e gli esercizi commerciali appartenenti ad altre minoranze etniche.

Oltre ai conflitti etnici, l’Etiopia è stata caratterizzata da una forte instabilità politica fino a pochi mesi fa. Tali tensioni erano emerse nel novembre 2015 per via del Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba, che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo, la più grande e la più popolosa del Paese. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio scorso, è stato imposto uno stato di emergenza per la durata di 6 mesi, che ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate.

Sotto il premier Abiy Ahmed, in carica dal 2 aprile, l’Etiopia ha avviato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista politico, ma anche economico e sociale.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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