Etiopia: attentato al premier, 5 accusati di terrorismo

Pubblicato il 29 settembre 2018 alle 10:16 in Africa Etiopia

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Il Ministro della Giustizia etiope ha accusato 5 individui di terrorismo per presunto coinvolgimento nell’attacco condotto il 23 giugno scorso contro un comizio presieduto dal primo ministro del Paese, Abiy Ahmed.

L’accusa recentemente portata avanti dal procuratore generale a carico dei 5 imputati è inerente all’aver “bersagliato il primo ministro allo scopo di impedire alla sua amministrazione di governare il Paese”, ha reso noto il gabinetto del Ministro della Giustizia nazionale tramite un comunicato. I 5 individui sospetti avrebbero operato sotto il nome dell’OLF (Fronte di Liberazione Oromo) con il preciso intento di far credere che Abiy non godesse di popolarità e credito presso gli Oromos, ha inoltre spiegato l’accusa. Il movimento non ha ancora commentato tale ipotesi. Il processo si riferisce a un fatto verificatosi nella mattinata di sabato 23 giugno, quando alcuni aggressori non identificati avevano detonato una granata causando il ferimento di almeno 83 astanti e la morte di almeno 2 persone durante un comizio politico organizzato nella capitale del Paese, Addis Abeba, in sostegno al premier etiope. Ahmed si era salvato, evacuando illeso dal luogo, e durante una dichiarazione andata in onda sul canale televisivo nazionale in seguito all’accaduto, aveva descritto l’incidente come un tentativo non riuscito, compiuto da forze che “non vogliono vedere l’Etiopia unita”.

Abiy Ahmed, ex soldato 41enne, è il primo leader etiope, nella storia moderna del Paese, ad appartenere all’etnia Oromo, e ha delineato una serie di riforme radicali da quando è entrato in carica, il 2 aprile 2018. In particolare, il premier ha concesso il perdono al Fronte di Liberazione Oromo (OLF), il quale aveva fomentato un’insurrezione per l’autodeterminazione del gruppo etnico, che, rappresentando circa un terzo dei 100 milioni di abitanti del Paese, si attesta come il più popoloso dell’Etiopia. Gli Oromo avevano iniziato a protestare nel novembre 2015, lamentando una sempre più grande marginalizzazione nello scenario sociale e politico dello Stato. A suscitare le prime tensioni politiche era stato il Master Plan, un piano adottato dalle autorità di Addis Abeba che mirava a espandere il territorio della capitale a discapito degli abitanti della regione di Oromo. Nonostante il progetto fosse stato cancellato nel mese di gennaio 2016, le proteste erano continuate, diffondendosi anche nella regione di Amhara e, gradualmente, nel resto del Paese. I cittadini avevano cominciato altresì a chiedere la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento di maggiori diritti e maggiore rappresentanza politica per gli abitanti di Oromo e Amhara così che, dal 3 gennaio, il governo di Addis Abeba ha rilasciato più di 7.000 prigionieri per cercare di sedare le tensioni, senza tuttavia riuscirvi. In seguito alle dimissioni dell’ex premier, Hailemariam Desalegn, presentate il 15 febbraio, la coalizione governativa Ethiopia Peoples Revolutionary Democratic Front (EPRDF), ha proclamato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi, con l’obiettivo di interrompere le proteste. Tale condizione, revocata il 5 giugno scorso grazie ad Abiy, ha previsto una serie di restrizioni alla popolazione per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, tra cui il divieto di sciopero, di manifestare e di organizzare o partecipare a riunioni non autorizzate. Abiy, nel mese di agosto, ha altresì permesso ai dirigenti dell’OLF, esiliati dal governo precedente, che aveva messo fuori legge l’intero gruppo, di far ritorno in Etiopia e partecipare attivamente alla politica nazionale. Tuttavia, le riforme del nuovo primo ministro hanno coinciso con un aumento delle violenze etniche nella regione.

Inoltre, quando aveva subito l’aggressione, Abiy aveva da poco sorpreso la popolazione etiope, nel mese di giugno, rendendo noto di essere pronto a implementare pienamente un accordo di pace firmato nel 2000 con l’Eritrea, e affermando di voler porre fine al conflitto tra l’Etiopia e il Paese vicino. Le ostilità tra i due Stati erano in corso da 2 anni e avevano condotto a uno stallo, il quale a sua volta aveva provocato un massiccio potenziamento militare in entrambe le nazioni. Nonostante l’attentato, il premier etiope ha perseguito il suo obiettivo di avvicinamento all’Eritrea, e insieme al presidente eritreo, Isaias Afwerki, domenica 16 settembre ha firmato un accordo di pace in Arabia Saudita, a Gedda. Si tratta peraltro del secondo patto concluso dalle due parti nel giro di tre mesi, in quanto già il 9 luglio, i due capi di Stato avevano firmato una dichiarazione congiunta di pace e amicizia, normalizzando i rapporti dopo venti anni di conflitto. Tale storico riavvicinamento è una delle molteplici deviazioni di rotta nelle politiche etiopi annunciate da Abiy da quando è salito al potere; un simile cambiamento di rotta potrebbe ridisegnare le relazioni tra Etiopia ed Eritrea e, al contempo, avere un enorme impatto sulla popolazione etiope.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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