Gli USA resteranno in Siria finchè l’Iran non si ritirerà

Pubblicato il 28 settembre 2018 alle 10:37 in Iran USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Gli Stati Uniti resteranno in Siria finchè l’Iran non si ritirerà, ma la loro presenza nel Paese mediorientale, entrato ormai nel suo ottavo anno di conflitto, non sarà necessariamente di natura strettamente militare. Lo ha dichiarato, giovedì 27 settembre, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria, James Jeffrey, che ha chiarito in tal modo alcuni commenti diffusi recentemente da alti funzionari americani in proposito.

Secondo quanto riportato da The New Arab, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ripetutamente di voler ritirare le truppe americane dal Paese, sebbene gli esperti di sicurezza affermino che tale mossa avvantaggerebbe lo Stato Islamico. Tuttavia, alcune recenti dichiarazioni diffuse da alti funzionari americani sembravano suggerire che gli Stati Uniti avrebbero mantenuto le truppe in Siria per un tempo indeterminato per contrastare la presenza iraniana nel Paese. In particolare, il 24 settembre, il Consigliere americano per la Sicurezza nazionale, John Bolton, convinto sostenitore della necessità che Washington contrasti l’influenza iraniana nella regione mediorientale, aveva affermato che gli Stati Uniti non si sarebbero ritirati dalla Siria fino a quando le truppe di Teheran non fossero rientrate all’interno dei confini iraniani.

Tuttavia, quando gli è stato chiesto se Trump intendesse condizionare il disimpegno di Washington dalla Siria al ritiro delle truppe iraniane da parte di Teheran, Jeffrey ha risposto che il leader della Casa Bianca ha intenzione di mantenere la presenza americana nel Paese “finchè questa e altre condizioni non saranno soddisfatte”. Tuttavia, ha specificato Jeffrey, “presenza” non significa necessariamente presenza militare e dunque non implicherà inevitabilmente truppe americane sul territorio siriano.

Attualmente, gli Stati Uniti hanno in Siria circa 2.000 soldati, che si occupano principalmente di addestrare e consigliare le forze di opposizione al regime di Damasco, guidato dal presidente siriano Bashar Al Assad. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la Siria ha spiegato che la presenza militare ha, al momento, l’obiettivo di determinare la sconfitta definitiva dello Stato Islamico. Tuttavia, “ci sono molti in cui possiamo rimanere sul campo”, ha sottolineato Jeffrey, sottolineando che Washington è già significativamente coinvolta a livello diplomatico e che nessuna opzione è definitiva.

Secondo quanto riportato da Al Arabiya English, tale obiettivo rappresenterebbe un mutamento significativo nell’intervento americano in Siria, autorizzato dall’ex presidente americano, Barack Obama, allo scopo di sconfiggere l’ISIS che, da parte sua, pure considera l’Iran sciita un nemico in Medio Oriente.

Sul versante iraniano, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato, il 26 settembre, che Teheran è intervenuta in Siria per sconfiggere l’ISIS e manterrà il suo impegno nel Paese mediorientale fino a quando glielo richiederà il governo siriano che, proprio nell’Iran, trova un forte sostenitore. In particolare, Teheran sostiene il regime di Damasco sia direttamente sia indirettamente, cioè attraverso il movimento sciita libanese Hezbollah.

L’Iran, inoltre, ha respinto i recenti avvertimenti dell’amministrazione Trump sulla Siria che, pertanto, rappresenta attualmente uno dei tanti punti di frizione nei rapporti tra Washington e Teheran. Il 26 settembre, Rouhani ha dichiarato che l’Iran non desidera un conflitto con gli Stati Uniti in Medio Oriente e ha chiesto che le forze americane giustifichino le ragioni della loro permanenza nella regione. Il 25 settembre, nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump si è scagliato contro l’Iran, affermando che “i leader iraniani seminano caos, morte e distruzione. Non rispettano i loro vicini né i loro confini né i diritti sovrani delle Nazioni”. Gli Stati Uniti, che considerano l’Iran il loro peggiore nemico in Medio Oriente, accusano la Repubblica Islamica di avere ambizioni nucleari segrete e di fomentare l’instabilità nella regione, sostenendo alcuni gruppi militanti sciiti attivi in Siria, Libano e Yemen. Per tali ragioni, Trump ha dichiarato di essere al lavoro con i leader dei Paesi importatori di petrolio iraniano affinchè riducano sostanzialmente i loro acquisti di greggio dal Paese e ha avanzato l’idea di un’alleanza strategica con i Paesi del Golfo, la Giordania e l’Egitto contro Teheran. Il presidente americano, infine, ha minacciato nuove sanzioni contro Teheran, il cui leader, da parte sua, lo ha accusato di “debolezza di intelletto”.

In particolare, nel suo successivo intervento dinanzi all’Assemblea Generale, Rouhani ha replicato al discorso di Trump, criticando la decisione di Washington di ritirarsi, l’8 maggio, dall’accordo sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio 2015, a Vienna, da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. L’accordo prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali contro Teheran, in cambio dell’impegno di quest’ultima a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica né a interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente.

A seguito del ritiro dall’accordo, il 7 agosto, gli Stati Uniti hanno annunciato la reintroduzione di sanzioni dirette contro il settore siderurgico e automobilistico iraniano nonché contro il settore finanziario. Inoltre, il 5 novembre, è prevista l’entrata in vigore di una seconda tranche di sanzioni statunitensi contro l’Iran, diretta stavolta contro il settore petrolifero e bancario del Paese mediorientale.

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Roberta Costanzo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.