Onu: Myanmar liberi i giornalisti di Reuters

Pubblicato il 22 settembre 2018 alle 10:46 in Europa Myanmar

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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha esortato il governo del Myanmar a condonare e rilasciare il prima possibile i due giornalisti di Reuters che le autorità del Paese hanno fatto incarcerare.

“Non è accettabile che i giornalisti di Reuters si trovino in carcere a causa di ciò che stavano facendo”, ha affermato Guterres, rispondendo a una domanda inerente agli sviluppi sul caso e agli ultimi commenti di Aung San Suu Kyi, influente politica birmana la quale agisce come presidente de facto del Paese, davanti alla stampa presente nella sede delle Nazioni Unite. “Credo fermamente che una cosa simile non debba avvenire, e spero che il governo possa presto condonare e rilasciare i giornalisti al più presto possibile”.

I due inviati dell’agenzia di stampa Reuters, ossia Wa Lone, di 32 anni, e Kyaw Soe Oo, 28enne, entrambi originari del Myanmar, sono stati condannati a 7 anni di carcere il 3 settembre scorso a seguito delle loro ricerche sul posto, accusati di aver contravvenuto a una legge risalente all’era coloniale, la Official Secrets Act, in una vicenda che ha messo in forte discussione il rispetto delle libertà fondamentali e democratiche nel Myanmar. I reporter, che si sono dichiarati innocenti, hanno affermato che la polizia locale aveva dato loro alcuni fascicoli poco prima di venire arrestati nel dicembre 2017, e un testimone all’interno delle forze di polizia ha giurato in tribunale che tale manovra aveva lo scopo di incastrarli. I due inviati stavano facendo indagini sull’uccisione di 10 uomini e ragazzi musulmani appartenenti alla minoranza etnica dei Rohingya per mano delle forze di sicurezza locali, in occasione di una risposta militare all’offensiva di alcuni insorti avvenuta nel mese di agosto 2017.

Durante una conferenza che si è tenuta nella settimana passata ad Hanoi, Suu Kyi ha affermato che la vicenda non ha niente a che vedere con la libertà di espressione, e ha commentato che i reporter sono stati accusati di maneggiare documenti ufficiali segreti, e non sono stati incarcerati “per il semplice fatto di essere giornalisti”.

Nella giornata di giovedì 20 settembre, il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, in visita nel Paese, si è detto “estremamente preoccupato” riguardo il caso, in particolare in merito al comportamento di Suu Kyi, e ha anch’egli esortato la leader del Myanmar a concedere il condono ai due giornalisti, nonostante tema che, prima che ciò sia seppur lontanamente possibile, il processo debba essere portato a conclusione a livello giuridico. “Questo è un momento critico per il Myanmar, in quanto una delle più recenti democrazie al mondo deve mostrare che il suo sistema giuridico è funzionante e garantisce un equo processo, e penso che ci siano ragionevoli motivi per preoccuparsi che ciò, in questo caso, non sia avvenuto”, ha affermato Hunt. Il ministro inglese ha inoltre fatto pressioni sulla politica birmana in merito all’importanza che le forze armate del Paese vengano ritenute colpevoli e responsabili di ogni “atrocità”, rammentandole che se ciò non dovesse avvenire a livello nazionale, dovranno essere prese in considerazione alter opzioni, tra cui quella di portare il caso davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia.

L’Official Secrets Act è un atto risalente al 1923, che prevede un massimo di 14 anni di prigione per coloro che non rispettano determinate regole relative alla segretezza di ciò che avviene nel Paese. Ad esempio, la Sezione 3 dell’atto proibisce l’entrata in alcuni luoghi, lo scatto di foto o la consultazione di documenti segreti ufficiali che “potrebbero essere utilizzati direttamente o indirettamente dal nemico, a discapito del Myanmar”.

La minoranza musulmana Rohingya non è mai stata riconosciuta ufficiale del Paese ed è stata spesso vittima di persecuzioni da parte della maggioranza buddista che popola il Myanmar. Tali persecuzioni hanno subito un aumento progressivo nel corso del 2017, raggiungendo l’apice nel mese di agosto quando alcuni militanti islamisti appartenenti ai Rohingya attaccarono alcune stazioni di polizia. La gravità della situazione ha poi spinto i governi di Bangladesh e Myanmar ad incontrarsi per trovare un accordo sul processo di rimpatrio della minoranza Rohingya. Tale accordo è stato raggiunto all’inizio del 2018, nel mese di gennaio, e prevede il completamento del rimpatrio volontario della minoranza islamica in Myanmar nel corso di due anni. Il governo del Myanmar ha provveduto ad istituire due centri di accoglienza ed un campo temporaneo situato lungo il confine con il Bangladesh per sistemare i primi profughi rimpatriati. Tuttavia, il vicesegretario generale per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, Ursula Mueller, dopo aver visitato il Paese lo scorso aprile, ha espresso alcuni dubbi in merito all’adeguatezza delle future sistemazioni per i Rohingya.

Il 27 agosto, un report dell’Onu ha reso noto che i generali militari del Myanmar hanno commesso uccisioni e stupri di massa nei confronti della minoranza musulmana locale dei Rohingya, con l’intento di effettuare un vero e proprio genocidio. Per tali ragioni, tali ufficiali dovrebbero essere perseguiti per aver pianificato il più grave dei crimini del diritto internazionale. Nei giorni seguenti, il governo del Myanmar ha respinto tali accuse, riferendo che le autorità non concordano o accettano nessuna delle risoluzioni del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. “Abbiamo zero tolleranza verso le violazioni dei diritti umani e, dal momento che non abbiamo permesso alla missione dell’Onu di entrare in Myanmar, non accettiamo nessuna delle sue risoluzioni”, ha chiarito Zaw Htay, aggiungendo che il Paese possiede la propria commissione indipendente per smentire le false accuse mosse dalle agenzie dell’Onu e dalla comunità internazionale nei confronti del proprio esercito.

 

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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