Egitto: una prigione a cielo aperto?

Pubblicato il 21 settembre 2018 alle 8:00 in Africa Egitto

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Da dicembre 2017 ad oggi, in Egitto, sono stati documentati gli arresti di almeno 111 persone dovuti all’espressione di opinioni critiche nei confronti del presidente, Abdel Fattah al-Sisi, e della situazione dei diritti umani nel Paese. Fuori e dentro le carceri, le storie degli egiziani raccontano di enormi privazioni.

L’organizzazione per i diritti umani, Amnesty International, ha fatto appello alle autorità egiziane per il rilascio delle persone imprigionate per aver pacificamente espresso le loro opinioni e per aver manifestato a favore della destituzione di al-Sisi. In una nuova campagna, lanciata giovedì 20 settembre, chiamata “Egitto, una prigione a cielo aperto per i critici”, Amnesty denuncia le condizioni di vita degli egiziani, che stanno attraversando un periodo di una “gravità senza precedenti”, dovuta ad una repressione governativa estrema della libertà di espressione. “Oggi è più pericoloso criticare il governo in Egitto di quanto lo sia mai stato nella storia recente del Paese”, ha riferito in una dichiarazione Najia Bounaim, direttore delle campagne per il Nord Africa di Amnesty. “Gli egiziani che vivono sotto il presidente al-Sisi sono trattati come criminali semplicemente perché esprimono pacificamente le loro opinioni”, ha aggiunto. Bounaim ha definito i servizi di sicurezza “spietati” nella loro soppressione degli spazi politici, sociali e culturali indipendenti. “Queste misure, più estreme di quanto visto nel repressivo governo trentennale dell’ex presidente Hosni Mubarak, hanno trasformato l’Egitto in una prigione a cielo aperto per i critici”.

Non vi è stato alcun commento immediato da parte del governo egiziano sulle dichiarazioni di Amnesty, ma le autorità del Cairo hanno, in passato, spesso respinto le critiche sulla scarsa tutela diritti umani nel Paese, definendole delle fabbricazioni. L’Egitto ha spesso accusato associazioni come Amnesty o Human Rights Watch di essere poco professionali e di essere strumenti nelle mani dei nemici del Paese. L’Egitto, la nazione più popolosa del mondo arabo, con circa 100 milioni di abitanti, ha lanciato una massiccia repressione nei confronti del dissenso durante i cinque anni trascorsi dalla rimozione militare del presidente islamista liberamente eletto, Mohamed Morsi. Da allora, il governo ha arrestato migliaia di suoi sostenitori insieme ad attivisti laici, ha messo i media sotto stretto controllo e ha represso le libertà di espressione e associazione. La situazione che questi detenuti vivono nelle carceri è, a sua volta, drammatica. La storia di Aayah Hossam, o meglio quella dei suoi genitori, è rappresentativa, oltre a non essere l’unica.

In un articolo, pubblicato sul Middle East Eye, Aayah racconta di sua madre e suo padre, Ola al-Qaradawi e Hosam Khalaf, arrestati dalle forze di sicurezza egiziane nel giugno 2017. Tenuti quasi immediatamente in isolamento, sono stati imprigionati senza accuse e sono ancora in attesa di processo, da 410 giorni. Aayah riferisce che le condizioni in cui vivono i suoi genitori sono così atroci che lei stessa teme per la vita della madre, detenuta nella prigione femminile egiziana di al-Qanater, per più di un anno. Dentro la sua piccola cella, senza luce, materasso o toilette, ha vissuto isolata e circondata dagli scarafaggi. Rilegata nella “ala punitiva”, che è isolata dalla prigione principale, Aayah racconta che sua madre è stata abusata fisicamente e verbalmente ed è stata costretta a pulire i bagni degli altri detenuti. Inoltre, le guardie carcerarie non le permettono di usare il bagno per più di cinque minuti al giorno. Il semplice stress psicologico, unito a una miriade di problemi di salute, ha reso la situazione pericolosa per lei, secondo quanto le ha confermato il loro avvocato di famiglia. Amnesty International e Human Rights Watch hanno condannato l’orribile trattamento dei detenuti. Amnesty ha recentemente riferito che il trattamento in carcere della madre di Aayah equivale al reato di tortura, secondo gli standard internazionali.

Alla donna è negata ogni comunicazione con la famiglia e qualsiasi assistenza medica “dignitosa”, secondo quanto racconta la figlia, che vive a Seattle, negli Stati Uniti. Le viene dato cibo contaminato, che lei ha rifiutato da quando ha iniziato il suo sciopero della fame. Viene abusata fisicamente e tenuta quasi costantemente in isolamento. Aayah, tuttavia, non ha intenzione di arrendersi. Entrambi i genitori sono residenti permanenti negli Stati Uniti, dove lei e suo fratello sono nati. “La mia famiglia ha lavorato duramente per vivere secondo i valori della libertà individuale, della libertà civile e del rispetto. Invoco questi valori quando sostengo il governo degli Stati Uniti, poiché sia mia madre che mio padre continuano a subire le umiliazioni di un sistema che non si preoccupa della libertà individuale”. Aayah spera che la storia della sua famiglia possa essere simile a quella di altre famiglie americane i cui cari erano detenuti in Corea del Nord e in Venezuela. “Se l’amministrazione Trump può ottenere ostaggi da Paesi che si definiscono nostri nemici, perché non dall’Egitto, con il quale gli Stati Uniti hanno una relazione molto più forte?”, si chiede nell’articolo.  

Aayah fa appello al proprio Paese, gli Stati Uniti, dove è nata e cresciuta, e chiede che questi esercitino la propria influenza politica e diplomatica in favore della garanzia della tutela dei diritti umani. Nonostante questo sia risultato di complessi equilibri geopolitici, Aayah ha studiato bene il caso. “I contribuenti americani hanno donato all’Egitto più di 76 miliardi di dollari in aiuti dal 1948, compresi 1,3 miliardi all’anno in aiuti militari”, si legge nel suo articolo. “Ma ciò che molti non sanno è che, secondo la legge degli Stati Uniti, una grossa fetta di quei soldi arriva ad una condizione: l’Egitto deve dimostrare che sta prendendo provvedimenti per sostenere i diritti umani dei suoi cittadini ed un modo per farlo è liberare i prigionieri politici”, conclude. L’avvocato internazionale per i diritti umani, Jared Genser, ha portato questi tema davanti al Comitato Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, nel mese di luglio, quando ha presentato il caso di Ola al-Qaradawi e Hosam Khala. La visita del vicepresidente, Mike Pence, al Cairo e la sua volontà di sollevare la situazione di questi prigionieri, è stata una svolta per l’Egitto, insieme alla decisione del Senato degli Stati Uniti di sospendere 300 milioni di dollari in aiuti militari, fino a quando il Paese non migliorerà la tutela interna dei diritti umani. Ma la strada è ancora lunga.  

Infatti, l’Egitto ha recentemente adottato una legge che autorizza la principale agenzia statale di regolamentazione dei media ad utilizzare l’etichetta di “false notizie” per giustificare la chiusura di account social che abbiano oltre 5.000 followers, senza dover ottenere un ordine del tribunale. Un’altra nuova legge consente di bloccare i siti web con contenuti ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale. Tali misure hanno spinto centinaia di attivisti e membri dell’opposizione a lasciare il Paese per evitare la detenzione arbitraria, secondo quanto riferisce Amnesty. Giornalisti, membri dell’opposizione, artisti e persino commentatori sportivi sono stati tutti incarcerati per aver espresso opinioni politiche. “Nonostante queste sfide senza precedenti alla libertà di espressione” riferisce Amnesty, “e nonostante la paura sia diventata parte della vita quotidiana, molti egiziani continuano a sfidare pacificamente queste restrizioni, mettendo a rischio la loro libertà ad ogni passo”. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione