Vivere a Tripoli oggi: una giornata quotidiana all’inferno

Pubblicato il 18 settembre 2018 alle 14:30 in Africa Libia

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“Vivere a Tripoli oggi è un po’ come trovarsi nell’occhio di un ciclone”, racconta Walid Elhouderi, che abita in città con il figlio e lavora in una commissione per i diritti umani. “Sai che qualcosa potrebbe accadere in ogni momento e non c’è modo di sottrarsi”, aggiunge.

Elhouderi, intervistato dalla CNN, racconta un giorno di vita quotidiana nell’inferno di Tripoli. Le sue parole dipingono una lotta per la sopravvivenza continua, in una realtà caratterizzata da scontri a fuoco e violenze. Sono le milizie armate che tengono in mano la situazione e controllano tutta la città, quartiere per quartiere. Tripoli è divisa in fazioni, la situazione è costantemente tesa e gli scontri sono all’ordine del giorno. Elhouderi spiega che esiste un preciso sistema di partizione della città. In teoria, le milizie sono ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Interno e partecipano al governo nazionale di Tripoli, quindi dovrebbero essere attori istituzionalizzati. In realtà, sono loro ad avere il controllo della vita quotidiana. “Per esempio, sono coinvolti in tutti i tipi di affari riguardanti le infrastrutture e associazione in Libia: sono nelle banche, controllano i flussi di denaro, controllano un po’ tutto”. La Tripoli che Elhouderi racconta è un luogo violento e dominato da milizie armate continuamente alimentate da un sistema di corruzione e loschi scambi.

Elhouderi vive a “downtown Tripoli”, e racconta: “Dovrebbe essere un quartiere sicuro, ma praticamente ovunque ci sono degli avamposti, dei compound appartenenti a fazioni opposte, e visto che non sono lontani gli uni dagli altri, sono sempre un possibile obiettivo”. E quando le milizie si scontrano, non c’è assolutamente nessuna garanzia di trovarsi al sicuro. Per capitare nella traiettoria degli scontri è sufficiente passeggiare per la città, non puoi sapere cosa potrebbe colpirti. Anche nelle case, “quando senti i rumori, ti butti per terra e ti allontani dalle finestre. È molto comune, molte volte io e mio figlio ci dirigiamo automaticamente sotto le scale, che ormai sappiamo essere il posto più sicuro della casa, ma essere fuori quando succedono queste cose, non è qualcosa di facile, stiamo affrontando un sacco di momenti duri”, racconta ancora Elhouderi. Inoltre, i civili a Tripoli sono costretti a convivere con interruzioni di corrente che durano all’incirca 10-12 ore al giorno, non ci sono contanti nelle banche, non c’è stata benzina nelle stazioni di servizio per giorni di fila. Secondo Elhouderi, queste difficoltà possono essere gestite, ma il problema che più lo affligge è la totale mancanza di sicurezza per le strade o perfino nella propria casa, per sé e per suo figlio.

“Cosa vorreste?”, chiede la giornalista della CNN. “Che il Paese ricominci a funzionare come un normale Paese”, risponde Elhouderi. “Che il governo provi a soddisfare i bisogni minimi della propria popolazione. Non può essere tutto lasciato in mano a delle milizie armate che non fanno altro che dettare legge”. Mancano i liquidi nelle banche, non puoi pagarti il cibo che già scarseggia, c’è l’inflazione e non vi è assolutamente nessuna sicurezza, nessuna legge vincolante. “Se cammini per la strada e vieni arrestato, da una di queste milizie, per qualsiasi ragione, non c’è nessun principio di legalità e quindi anche se il governo producesse la documentazione relativa al rilascio di una persona, le milizie farebbero unicamente quello che vogliono. Non c’è niente, alcuna sicurezza, non c’è niente”, racconta Elhouderi, direttamente dalle strade di Tripoli. Il suo racconto assomiglia a quello di molti altri che oggi ancora lavorano e vivono a Tripoli. Sopravvivenza, sconforto e la speranza, ancora lontana, che si smetta di precipitare nell’abisso di una politica di clan. 

“L’imprudenza dei gruppi armati che attualmente combattono l’un l’altro per il potere sembra non avere confini e i civili ne pagano il prezzo”, ha dichiarato Sarah Leah Whitson, direttore della sezione Medio Oriente e Nord Africa dell’Human Rights Watch. “Tutte le parti devono fare tutto il possibile per risparmiare vite civili”. I combattimenti più feroci in città sono scoppiati il 26 agosto tra alcuni gruppi armati, legati ai ministeri degli Interni e della Difesa della Governo di Accordo Nazionale (GNA), con sede a Tripoli. Le fazioni di questo governo, sostenuto a livello internazionale, stanno combattendo per il controllo del territorio e delle istituzioni vitali nella capitale. La cosiddetta Settima Brigata di Tarhouna, conosciuta anche come Kaniyat, e guidata da Muhsen Al-Kani, ha attaccato le posizioni degli altri gruppi armati. Tra queste vi era la base militare Yarmouk, controllata dal Battaglione dei Rivoluzionari di Tripoli (TRB), affiliato al ministero degli Interni del GNA e sotto il comando di Haitham Al-Tajouri. A seguito di questi attacchi, si riporta che la Settima Brigata, istituita dal ministero della Difesa nel 2017, non si considera più parte del Governo di Accordo Nazionale.

I combattimenti dal 26 agosto si sono concentrati nella periferia sud di Tripoli, in quartieri spesso densamente popolati, come Wadi Al-Rabeea, Ain Zara, Salah Eddin, Khallet Al-Furjan e nei pressi dell’aeroporto. Gli altri principali gruppi armati che combattono a fianco del TRB includono: le forze di supporto centrali di Abu Saleem, guidate da Abdulghani Al-Kikli, noto come Ghaniwa; il battaglione Nawasi guidato da Mustafa Qaddur; e l’Apparato di Deterrezza del Crimine Organizzato e del Terrorismo, ex forza speciale, guidata da Abderrauf Kara. Anche la Brigata 301, guidata da Misurata, supporta il TRB. A seguito di questa complessa situazione, il personale locale dei servizi di emergenza riporta storie impossibili di vita quotidiana: centinaia di famiglie sono rimaste bloccate nelle proprie case a causa dei combattimenti. Circa 60 famiglie sono rimaste intrappolate per giorni, ad inizio settembre, in un’area nota come Triangolo Suzuki, situata vicino alla base militare di Al-Yarmouk, senza né acqua né pane, secondo Osama Ali, portavoce dell’ambulanza e dei servizi di emergenza di Tripoli. “Le milizie che intrappolano famiglie in aree di combattimento e effettuano furti di ambulanze non acquisiscono legittimità”, ha riferito Whitson, dell’Human Rights Watch. “I comandanti dovrebbero sapere che anche loro possono essere ritenuti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, a meno che non agiscano risolutamente per fermare quello che accade e punire i responsabili”, ha aggiunto.

Secondo Human Rights Watch, a Tripoli l’80% delle vittime civili riporta ferite traumatiche, compresi arti amputati, dovuti al diretto impatto degli scontri tra fazioni. Esplosioni, proiettili vaganti e frammenti causano gravi danni a chiunque si trovi nei paraggi. Le ferite riportate dalla popolazione sarebbero causate da armi pesanti, tra cui proiettili di mortaio e artiglieria di grosso calibro, nonché razzi Grad non guidati e missili guidati anticarro. Il 28 agosto, un proiettile di mortaio ha colpito una casa a Wadi Al-Rabeea, uccidendo una donna e i suoi due figli, di 6 e 10 anni, secondo un informatore di HRW, che era tra l’equipaggio che recuperava i corpi. “La scena è difficile da descrivere”, ha riferito. “Abbiamo trovato solo alcune parti del corpo della donna, e i suoi due bambini sono stati gravemente bruciati. Sono tutti morti sul posto. Pochi giorni dopo, il 30 agosto, gli equipaggi di emergenza hanno recuperato i corpi di due bambini di 13 e 15 anni dopo che un razzo ha colpito la loro casa nel quartiere di Al-Jdeida.

Anche migranti, rifugiati e richiedenti asilo detenuti nelle strutture gestite dal ministero dell’Interno del Governo di Tripoli soffrono la quotidianità di Tripoli e rimangono intrappolati a causa degli scontri. Rappresentanti dell’Organizzazione internazionale per la migrazione (IOM) e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) hanno riferito a Human Rights Watch che il 28 agosto hanno aiutato l’evacuazione di circa 600 migranti e richiedenti asilo, da due centri di detenzione in aree colpite dai combattimenti. L’IOM ha anche confermato che le autorità hanno rilasciato 290 migranti all’inizio dei combattimenti, dimostrando quanto sia precaria la situazione della sicurezza per migranti e richiedenti asilo nel Paese e sollevando domande sugli sforzi dell’Unione europea per esteriorizzare il controllo delle migrazioni in Libia. Almeno finchè questo inferno non sarà terminato. 

Anche in caso di conflitto armato, il diritto internazionale umanitario proibisce alle parti di condurre attacchi deliberati contro civili o oggetti civili, nonché attacchi indiscriminati o sproporzionati. Richiede a tutti gli attori coinvolti di impegnarsi costantemente nel risparmiare la popolazione civile e nel facilitare il passaggio rapido e senza ostacoli di aiuti umanitari per i civili bisognosi. Tutte le parti dovrebbero facilitare il movimento sicuro di civili, in particolare per consentire loro di fuggire da una zona di combattimento o da un assedio. Nel contesto di un conflitto armato, gravi violazioni di queste norme commesse con intenti criminali potrebbero equivalere a un crimine di guerra. Ma a nessuno sembra importare molto, non ci sono crimini di guerra all’inferno, non c’è sicurezza e non c’è quasi più speranza. “Non c’è niente”, raccontava Elhouderi dalle strade di Tripoli, “non c’è più niente”. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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