Russia e Turchia: zona demilitarizzata ad Idlib

Pubblicato il 18 settembre 2018 alle 11:53 in Russia Turchia

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I leader di Mosca e Anakara hanno raggiunto un accordo per l’istituzione di una “zona demilitarizzata” nella provincia ribelle di Idlib, lunedì 17 settembre. Il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno annunciato che la nuova zona cuscinetto, larga dai 15 ai 20 chilometri, separerà i territori controllati dai ribelli di Idlib da quelli detenuti dai soldati del governo siriano e sarà pattugliata congiuntamente da truppe turche e russe. Tali cambiamenti entreranno in vigore a metà ottobre, secondo le dichiarazioni di Putin.

La provincia nordoccidentale di Idlib e i luoghi circostanti rappresentano la più grande enclave in mano ai ribelli che si oppongono al regime del presidente siriano Bashar al Assad, sostenuto diplomaticamente e militarmente dalla Russia. La provincia siriana ospita però, al contempo, circa 3 milioni di persone, la metà dei quali sono rifugiati costretti a lasciare altre zone della Siria in seguito alle precedenti offensive di Assad. Un attacco a pieno titolo su Idlib sradicherebbe nuovamente circa 800.000 persone, causando grossi problemi alle agenzie di soccorso, secondo le Nazioni Unite. Non a caso, il sottosegretario per gli affari umanitari e coordinatore delle emergenze per le Nazioni Unite, Mark Lowcock, lunedì 10 settembre, aveva avvertito la comunità internazionale che un’offensiva del regime siriano nella provincia di Idlib avrebbe potuto innescare la peggiore crisi umanitaria del XXI secolo. Nonostante ciò, riprendere il controllo della provincia nordoccidentale rappresenterebbe per Bashar al Assad la vittoria della guerra civile in corso da 7 anni.

In linea con le preoccupazioni e i moniti delle Nazioni Unite, dopo oltre 4 ore di colloqui con il presidente russo, Vladimir Putin, nella sua residenza nella località di Sochi, nel Mar Nero, il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, ha affermato che i 2 paesi “impediranno una tragedia umanitaria”. A ciò il presidente della Turchia ha aggiunto che le forze dell’opposizione continueranno a rimanere nelle zone in cui sono già presenti, tuttavia le truppe di Mosca ed Ankara faranno in modo che i gruppi radicali o le componenti jihadiste non si impegnino in attività nell’area. In questo contesto, la Russia prenderà le misure necessarie per assicurare che la zona demilitarizzata non sia attaccata.

Da parte sua, il presidente russo ha affermato che il proprio Paese e la Turchia hanno fatto importanti progressi nel risolvere lo stallo su Idlib e ora possono andare avanti con azioni coordinate. La speranza di Putin è altresì rimuovere dalla zona i militanti, incluso Jabhat al-Nusra, un gruppo armato jihadista salafita attivo dal 2012, rimuovendo inoltre dall’area attrezzature militari pesanti. Oltre a concentrarsi su Idlib, la Russia ha ribadito la propria preoccupazione circa gli attacchi alle sue basi militari in Siria, le quali sono sporadicamente colpite dai ribelli sostenuti dalla Turchia.

Assad considera Idlib un focolaio per il terrorismo, equiparando l’opposizione ribelle ai terroristi come ha fatto durante tutta la guerra. Il leader siriano ha ripetutamente segnalato, da quasi un anno, che le sue forze si sarebbero spostate nella provincia nordoccidentale. Tuttavia, per il raggiungimento di tale scopo, Damasco ha bisogno del supporto aereo russo e delle milizie filo-iraniane. Il loro sostegno ha permesso alle forze governative di riconquistare oltre il 60% del territorio siriano rispetto al 20% controllato all’inizio del 2017.

Idlib ospita tra 50.000 e 90.000 combattenti armati, secondo fonti diplomatiche. Di questi, tra il 10 e il 20% sono considerati militanti di base, tra cui Jabhat al-Nusra, con legami con al-Qaeda e lo Stato islamico. Ankara, la quale fornisce aiuti alla provincia e mantiene centinaia dei soldati lì residenti, ha dichiarato che un assalto su larga scala invierebbe almeno 2 milioni di rifugiati verso il proprio territorio e oltre il confine meridionale, spostando anche diverse componenti jihadiste che potrebbero poi migrare Europa. Le Nazioni Unite, da parte loro, hanno riportato che più di 30.000 persone sono già state dislocate in Siria in seguito agli attacchi aerei su Idlib avvenuti nelle ultime settimane. Washington, che è stata in gran parte assente dagli sforzi per risolvere il conflitto siriano, ha avvertito la scorsa settimana che riterrebbe la Russia responsabile nel caso in cui il regime siriano causasse sofferenze civili di massa a Idlib.

Da parte sua, la Russia ha deciso di approfondire i legami con Erdogan, nemico di Assad, le cui relazioni con gli Stati Uniti si sono guastate per una serie di disaccordi. L’incontro di lunedì 17 settembre è stato il secondo in 10 giorni, per i leader di Mosca e Ankara, i quali sono infine riusciti ad accordarsi per evitare un attacco su larga scala contro Idlib. In un primo momento, tuttavia, la Turchia sembrava aver fallito. Il 7 settembre, in occasione nel vertice sulla Siria tenutosi a Teheran, Erdogan non era riuscito a persuadere la Russia e l’Iran ad accettare un cessate il fuoco. Nonostante ciò, i raid aerei nell’enclave ribelle si sono attenuati nei giorni a seguire ed il leader turco si è preso il merito per la relativa pace prima di recarsi a Sochi.

Erdogan ha richiesto di intraprendere un’operazione antiterrorismo internazionale e comprensiva per liberare Idlib dalle fazioni intransigenti. In un editoriale del Wall Street Journal si legge: “La soluzione di Assad è sbagliata. Persone innocenti non devono essere sacrificate in nome della lotta al terrorismo. Questo creerebbe solo nuovi focolai di terrorismo ed estremismo”.

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Alice Bellante

di Redazione

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