Cina: le conseguenze della repressione contro gli Uiguri

Pubblicato il 18 settembre 2018 alle 13:55 in Asia Cina

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La Cina porta avanti una forte campagna di repressione nella regione occidentale del Xinjiang. Se tale iniziativa sembra efficace nel breve termine, può portare a rischi seri per gli interessi strategici di Pechino: i suoi progetti infrastrutturali in Asia, quanto la sua auto-affermata posizione di potenza pacifica sullo scacchiere internazionale.

La Cina continua a negare fermamente le accuse e le notizie in merito alla presenza di veri e propri “campi di rieducazione” nella regione occidentale del Xinjiang, abitata dalle minoranze etniche di fede musulmana uigura e kazaka.

Di fronte al Comitato dell’Onu sull’Eliminazione delle Discriminazioni Raziali (CERD), il portavoce della Cina, Hu Lianhe, ha affermato che non esiste alcuna forma di “detenzione arbitraria e che non esistono centri di rieducazione” nel Xinjiang. Le sue parole sono state rafforzate dalla portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, che ha dichiarato che tutte le news in merito alla detenzione di uiguri e kazaki musulmani in Xinjiang sono frutto di “informazione irresponsabile” e prive di basi reali.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali della Cina, però, continuano ad emergere documenti, immagini, anche satellitari, e un numero sempre crescente di testimoni che sembrano confermare non solo la reale presenza dei campi, ma anche la gravità della situazione in Xinjiang. Nell’ultimo periodo sono stati pubblicati una serie di studi basati sul metodo scientifico ed accademico a cura di importanti studiosi internazionali come Adrian ZenzRian ThumJessica Batke, e Shawn Zhang che hanno aiutato a far luce sulla realtà dei fatti.

È impossibile, dunque, negare la presenza dei campi di rieducazione in Xinjiang. Ciò che è però importante comprendere è quale possa essere l’impatto di questi ultimi e delle politiche repressive di Pechino nella remota regione occidentale sugli interessi della Cina stessa.

Perché Pechino ha avuto l’esigenza di creare questi campi di rieducazione?

La risposta è semplice: l’obiettivo della Cina è la lotta all’estremismo, al separatismo e al terrorismo – quelle che definisce le “tre forze del male”. Pechino ha deciso di raggiungere questo obiettivo attuando una campagna di sorveglianza e un sistema di de-estremizzazione, di cui i campi di rieducazione – che rievocano quelli utilizzati nella seconda metà degli anni Cinquanta dal regime maoista per “rieducare” gli intellettuali considerati anti-rivoluzionari – sono parte integrante.

Ciò che Pechino non ha considerato è che una strategia così cruenta può sfociare in una maggiore alienazione della minoranza etnica uigura e delle altre minoranze di fede musulmana che potrebbero spingersi sempre di più verso il radicalismo, sia all’interno che all’esterno dei confini cinesi.

La Cina ha assistito a una rapida crescita dei fenomeni terroristici tra il 2013 e il 2014, con centinaia di morti in tutto il Paese. Molti combattenti uiguri hanno lasciato la Cina per unirsi alle armate dell’Isis in Siria, a partire dal 2013, con lo scopo di tornare poi in patria e combattere contro quello che considerano il loro peggior nemico: le autorità cinesi nel Xinjiang.

Il governo centrale cinese ha avviato una Campagna Anti-terrorismo a partire dal 2015, che si è rivelata efficace e ha visto l’interrompersi degli attacchi aperti. Ciò è stato possibile grazie alla creazione di un sistema di sicurezza e di sorveglianza molto elaborato nel Xinjiang. Tale sistema prevede la presenza di polizia, polizia armata e assistenti ai poliziotti, nonché soldati dell’esercito in continua attività di controllo e pattugliamento sia nelle città che nelle campagne della regione. Il sistema comporta anche l’utilizzo di molte nuove tecnologie, come la sorveglianza via internet, il riconoscimento facciale e vocale, fotocamere integrate e registri del DNA.

In parallelo, è stata avviata la campagna di “trasformazione attraverso la rieducazione” che ha visto la detenzione di centinaia di migliaia di cittadini di fede musulmana nei nuovi campi creati appositamente per “de-estremizzare” le persone “infette dall’estremismo religioso e dalla ideologia terrorista violenta”.

Un approccio che sembra funzionare a un livello superficiale, ma porta con sé tre conseguenze principali, secondo l’analisi di The Diplomat.

La prima conseguenza è che l’estremismo e il separatismo possono rafforzarsi silenziosamente. Sebbene appaia poco plausibile, con l’attuale sistema di sicurezza in campo, che si verifichino attacchi terroristici violenti aperti, questo non significa una vittoria assoluta. L’estremismo religioso, così come le tendenze separatiste, di fronte alla repressione delle autorità non fanno altro che rafforzarsi negli animi delle persone, che si sentono sempre più perseguitati e vedono la loro identità culturale e il loro credo religioso represso.

La seconda conseguenza è che la pressione delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali volte alla difesa dei diritti umani sulla Cina , nonché quella degli Stati Uniti aumenterà sempre di più, di fronte alle violazioni dei diritti umani degli uiguri. Finora la posizione di Pechino è stata quella di negare tutte le notizie in merito alla situazione del Xinjiang e di accusare i media occidentali di volerla attaccare deliberatamente, dovrebbe, invece provare a fornire delle prove sulla situazione reale.

La terza conseguenza è che le azioni repressive di Pechino rischiano di mobilizzare le organizzazioni islamiste nelle altre regioni, vicine e meno vicine al Xinjiang come il Turkestan Islamic Party (TIP) che è attivo in Afghanistan, in Pakistan e in Siria o lo stesso Isis che potrebbero trarre vantaggio dal risentimento delle minoranze etniche uigura e kazaka nei confronti delle autorità cinesi per le loro campagne di reclutamento. Inoltre, tali organizzazioni potrebbero decidere di prendere di mira i progetti infrastrutturali cinesi disseminati in tutta l’Asia centrale e meridionale avviati sotto l’egida dell’iniziativa Belt and Road con lo scopo di vendicare gli abusi dalle minoranze etniche musulmane in Xinjiang.

Da questa analisi, emerge come sia difficile che la campagna di repressione e i campi di rieducazione in Xinjiang possano apportare un reale beneficio per gli interessi – sia economici che in termini di posizione sullo scenario internazionale – di Pechino. Al contrario, la Cina rischia di vedere una crescita di quei “mali” che vorrebbe estirpare: il risentimento, il separatismo e l’estremismo. Inoltre, l’immagine internazionale che il presidente Xi Jinping sta delineando di una Cina pacifica, volta al dialogo rischia di subire un grave danno, nonché il Paese potrebbe divenire obiettivo delle organizzazioni terroristiche internazionali, non tanto all’interno dei suoi confini, quanto al di fuori. Forse, dunque, la cura che Pechino sta mettendo in atto per l’estremismo islamico nel Xinjiang potrebbe persino rivelarsi peggiore della malattia stessa, conclude la sua analisi Marc Julienne su The Diplomat.

Sicurezza Internazionale è il primo quotidiano italiano dedicato alla politica internazionale.

Consultazione delle fonti inglesi e cinesi e redazione a cura di Ilaria Tipà

di Redazione

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